Cove


Qualcosa, Cove (USA, 2012, 7'): qualcosa in Cove e qualcosa che è Cove. Qualcosa come un alcunché fatto di frammenti, di qualcosa particolari che vanno infine ad organizzarsi e organicizzarsi in quel tutto-alcunché che è Cove, e qualcosa come il miglior film che mi sia mai capitato di vedere. Qualcosa, ovvero l'indeterminato, sì, ma così puro e semplice da essere l'indeterminatezza stessa, cioè l'essere in quanto tale, astratto dall'esistenza. Come tale, Cove è il nulla, che è specchio dell'essere: l'essere trapassa continuamente nel nulla, e «la verità dell'essere come del niente è perciò l'unità di entrambi», unità che è, in termini hegeliani, il divenire e, in termini cinematografici, il montaggio. Sia chiaro, Sartre non c'entra nulla, poiché Cove manca di ogni esistenzialismo, e sta qui la sua immensità: esso è l'esistenza, pura e semplice come pure e semplici sono le immagini che non la rappresentano ma la coinvolgono in se stesse. Cos'altro dovrebbe essere o cos'altro dovrebbe fare il cinema, se non questo? Implicare la vita, farsi temporalità - è l'unico modo per non morire, in fondo. In fondo, cioè nel fondo, in quel covo da cui Robert Todd osserva la vita, convogliandola nella sua mdp: non quindi l'uomo con la macchina da presa ma la macchina da presa con l'uomo... è tutto così semplice, come la paura o l'amore, ma bisogna aver paura dell'amore e amare la paura, riuscire a concepire il cinema per come lo mostrano Stan Brakhage, Robert Todd e Bill Viola, e allora forse - forse! - si avrà la tentazione di esistere e non si esisterà di passaggio. È per questo che guardiamo il cinema, no? L'illusione è reale e noi ne siamo permeati, da quell'illusione, a tal punto da realizzarla nei nostri corpi, da renderla reale attraverso la nostra corporeità. Credo che i racconti sulla prima de L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (Francia, 1986, 50'') non intendano testimoniare che questo: il treno che esce dallo schermo e illude d'entrare in sala, il film che esce dal cinema ed entra prepotentemente nelle nostre esistenze. Altrimenti, perché Ambiancé (Svezia, 2020, 43200')? Ci si domanda con troppa facilità e in termini eccessivamente pretestuosi quale sia il motivo per cui guardare un film come Ten skies (Germania, 2004, 102') nel momento in cui basta alzare lo sguardo al cielo e non ci si chiede mai, al contrario, perché guardare il cielo nel momento in cui si sia visto il capolavoro di Benning: in un caso come nell'altro, che sia il cielo o il cinema, rimane l'inesperibilità dell'evento, quell'inesperibilità che non è altro da noi, che non dobbiamo ricercare in alcun dove se non nella nostra medesima natura, nella nostra stessa identità. Siamo l'inesperibilità e non possiamo esperire né esperirci, ed ecco che sorge Cove, un tentativo di autenticità e uno slancio verso l'esistenza, ma l'esistenza di Cove è il cinema, e cinema ed esistenza, in Cove, si confondono e si fondono: dobbiamo farci cinema, dobbiamo esistere per davvero. In questo senso Cove è una benedizione (immanente, s'intende), perché con le sue immagini ci ricorda la vita che, come Todd nel suo covo, osserviamo senza vivere: la semplicità della vita e la distanza da questa semplicità - il cinema, ovvero l'esistenza.

6 commenti:

  1. Grande recensione; mi riferisco in modo particolare ai seguenti passaggi:
    1) Cos'altro dovrebbe essere o cos'altro dovrebbe fare il cinema, se non questo? Implicare la vita, farsi temporalità [...]
    2) L'illusione è reale e noi ne siamo permeati, da quell'illusione, a tal punto da realizzarla nei nostri corpi, da renderla reale attraverso la nostra corporeità.
    3) [...] Non ci si chiede mai, al contrario, perché guardare il cielo nel momento in cui si sia visto il capolavoro di Benning [...]. Siamo l'inesperibilità e non possiamo esperire né esperirci [...]
    Dire che le immagini promettono è poco. Vedrò di reperirlo!

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    1. Grazie, mi fa piacere quest'osservazione - temevo che alcune parti fossero troppo oscure, e mi sarei maledetto se fosse stato così. Come dicevo nella rece, è probabilmente la miglior cosa che mi sia capitata di vedere, quindi, sì, dire che "promette" è davvero poco.

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  2. Credo che alla fine, tu abbia colto concludendo con la frase più azzeccata. Per come la vedo io, risiede proprio nella "semplicità" di filmare la vita o un qualsiasi infinitesimale frammento di qualunque vita, la vera potenza di questi sette minuti. Brakhage c'è, è vero, e in modo particolare durante i primi frame. Suggestivo, sicuramente interessante (e di certo non l'ho centrato con la tua competenza, anche perchè negli ultimi tempi ti stai addentrando in queste realtà - tipo Bennings, etc - a me ancora parecchio estranee) ma personalmente non un capolavoro. Non volermene, rimanendo in ambito di corti (perlomeno quelli visti l'ultimo anno) devo ancora trovare qualcosa che, per i miei gusti, scavalchi "Light Horizon" dalla vetta che si è conquistato...

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    1. Hai ragione, "Light horizon" è un grandissimo cortometraggio, di come ce ne sono pochi. Rimane però, secondo me, ancorato a una concezione di cinema che "Cove" scavalca totalmente: nel corto di Todd non c'è solamente un frammento di vita che racchiude un'intera esistenza (la messa in scena di LH evoca tutto il contorno di una vita, che non è rappresentato ma che è leggibilissimo da quel singolo piano-sequenza), ma pure una concezione di cinema che cortometraggi come LH non esplicano. Non voglio sostenere che Todd recuperi Hitchcock ("La finestra sul cortile"), perché mi sembrerebbe riduttivo, però qualcosa c'è - per esempio, appunto, il fatto che Todd sia nell'inquadratura, nel film, nel covo ad osservare e non, come in LH, esterno all'esistenza. Io credo veramente che "Cove" ci parli di cinema e di esistenza, di vita fondamentalmente, ed è questa la sua grandezza, anzi è per questo che io lo adoro: perché fonde i due termini dando una dignità eclatante al cinema, come pochissimi (penso a Wang Bing, per esempio, ma anche al sempiterno Lav Diaz e al dio Benning) sono riusciti a fare. È come se il clamore fosse unico e univoco, lo stesso cioè sia per la vita che per il cinema. Certo, ultimamente mi sto avvicinando molto a queste realtà cinematografiche, ma non poteva essere altrimenti: "Light horizon" è un gran cortometraggio, così come "Tejut" è un gran film, ma credo rimangano ancorati ad una concezione di cinema che li riduce a pure rappresentazioni, per così dire. Todd, Benning etc. viaggiano su un altro livello, ed è questo il motivo per cui le loro opere sono meravigliose e destabilizzanti, catartiche e tragiche.

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  3. Davvero interessante, questo "Cove". Un'opinione personale: mi ha ricordato, per la scelta della dimensione domestica, un film di Brakhage, che se non erro dovrebbe essere "Cat's Cradle"... per quanto riguarda il film di Todd, comunque, mi sembra chiaro l'intento di ridare allo spettatore (che poi non è forse l'autore stesso? che differenza vi è dalla voice off di Mekas in "As I was moving ahead occasionally I saw brief glimpses of beauty"? soltanto il luogo in cui si configura la presenza contemplativa dell'autore: per Todd è il campo, per Mekas il fuori campo) l'esistenza nella sua forma più pura, cioè quella caratterizzata dalla medietà (appunto la dimensione domestica nonché di profonda intimità con una natura inerte e bellissima) e dall'irriducibilità (la non-ulteriore-scomponibilità dell'immagine: un fiore, uno specchio d'acqua increspato, etc.). Il montaggio allora non avrà più una funzione coesiva, bensì sarà il mezzo attraverso cui si propaga questa esistenza, sarà il divenire stesso di questa esistenza, questa configurazione di oggetti. Boh, mi è piaciuto. Probabilmente non condividerai, ma vabbè, almeno è questo ciò che il film mi ha trasmesso :)

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    1. Non so, Brakhage in effetti c'è, anche se Todd mi ha detto di ispirarsi più a Dorsky che a Brakhage, quindi non saprei proprio. Per il resto, è un film così vitale e fragile che difficilmente si può irretire in un'unica interpretazione: è come un'eco... Fa molto piacere che ti sia piaciuto, grazie per le belle parole, specie per la parte sul montaggio, che in effetti condivido molto.

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