Ten skies




Il cinema è la vita, ma la vita non è il cinema: è questo il problema, che cioè il cinema sia la vita nella sua forma più pura, cioè l'esistenza, e che di conseguenza la vita, non essendo cinema, non risulti autentica, non sia esistenza. Cos'è il cinema? Nient'altro che l'esperienza che ognuno compie, astratta dall'attualità e dal permanente, quindi sottratta all'attuale e per sempre inattuale. James Benning, questo, l’ha colto pienamente e con Ten skies (Germania, 2004, 102') ha sfornato quello che è forse il più grande film di tutti i tempi, perché qui si palesa davvero il tentativo di liberare il cinema dal cinema, di renderlo insomma una potenza selvaggia, un’anomalia pericolosa ed eversiva in quanto realtà della virtualità e virtualità della realtà: è l’emergere del possibile - possibile che emerge senza necessitarsi, dunque che non esce dalla caverna ma gorgoglia nelle sue profondità e sprofonda la superficie inautentica, necessitante. Guardarlo significa ascoltare il richiamo della caverna, calarsi nelle sue viscere. In una parola, esistere: esperienza di vita alienata dalla vita, quindi esistenza - pura e semplice, libera. Solitamente quando guardiamo un film ci escludiamo dal reale, dalla vita che crediamo reale perché il film che stiamo guardando ci presenta delle irrealtà anziché delle possibilità, dei supereroi anziché dei cieli, e siamo come narcotizzati dall'azione, tanto da non riuscire a porci la domanda fondamentale, nel buio della sala: stiamo forse vivendo? In effetti, siamo morti, e il fatto che ci vogliamo tali inautentica il cinema, palesando finalmente tutto il nostro disprezzo nei suoi confronti. Non dovremmo arrischiarci nel valutare certi film come qualcosa di anche lontanamente paragonabile al cinema, perché l'inautenticità e l'inesperibilità di questi non fa che fingere e finzionare il cinema, sterilizzandolo; viceversa, il cinema pulsante, quello vivo, quello che fa emergere il possibile è la realtà, e se non è la è una, che noi accogliamo come nostra e come esperibile: ecco il cinema contemplativo, quello che si autocrea, nel quale l'immagine sussiste di per sé. «Ma c'è un autore che indica, che monta, che sottrae e ritrae», si lagneranno alcuni... sì, alcuni di quelli che non esistono ma si limitano a vivere, compiacendosi della propria individualità artefatta nella propria individualità artefatta. Sono i preti del cinema - e che? forse il mondo esiste grazie a ed in grazia di uno spirito superiore che è talmente perfetto da garantire l'ordine esistente? Non sussiste nessun ordine, nessun finalismo, e ci si ritrova ridicoli nel ricondurre Il cavallo di Torino (Ungheria, 2011, 146') al proprio quotidiano, perché il proprio quotidiano non è e non può nulla nei confronti di certo cinema, che nasce neutro, per tutti, dalle configurazioni possibili appunto, dunque è semmai il cinema che può (ecco la sua possibilità, la pulsione e la vibrazione che l'autentica e ne fa vita) nei nostri confronti: il cielo può davvero presentarsi come si presenta in Ten skies: è (l')esperibile. Più solitamente, però, ci si siede in sala, inglobati dallo schermo, costretti dalla proiezione - ad assistere... allo schermo? alla proiezione? Noi siamo la nostra proiezione, ma soprattutto siamo quella proiezione, sicché è patetico che si parli ancora di fuoricampo e di menate simili. Il fuoricampo non esiste: sussiste in quanto si faccia del film non una proiezione ma un qualcosa di proiettato. Il cinema come una riproduzione di questa realtà, e pure una finzione. Di nuovo un'antinomia, di nuovo una semplice soluzione: il cinema non è finzione e non è riproduzione di una realtà ma realtà esso stesso, non frammento ma totalità. Non esiste l'autore, non esiste il fuoricampo, perché tutto sussiste, insiste ed esiste in quell'inquadratura che ha l'immensità del nostro universo ed è quell'immensità, oltre ad esserne sommersa. È l'infinito. I bordi dello schermo nulla possono contro questa infinità, non la limitano ma le permettono di essere, perché al di là di essi non c'è nulla - nulla che sia fuoricampo, nulla che disgreghi la potenza dell’immagine, nulla che si pretenda come un qualcosa di diverso dalla morte, quindi tutt'altro che incidente con l'esistenza pura e semplice che si manifesta sullo schermo; così, un frammento di cielo sullo schermo prima di essere cielo è l'esistenza del cielo, cielo che è unico e solo per dieci o n volte, ed è cielo, sì, esperibile come esperibile è fuori dalla sala, non appena si è all'aperto e si alzano gli occhi, quindi nuovamente cinema per tutti (agibile da chiunque) per quanto non di tutti (agito da chiunque). Ma chi sono questi tutti che non l’agiscono? Evidentemente, chi non contempla il cinema - come un’altra possibilità di realtà e di esistenza e finisce per irrigidirlo, sterilizzandolo della sua potenza eversiva, in un teatro di marionette o di ombre cinesi, in un qualcosa che egli deve sottomettere, di cui deve godere con moderata eccitazione (il prete che diventa lo stupratore che è sempre stato...), come qualcosa d’altro da sé, che non lo riguarda o che riguarda solo la parte inautentica della sua persona: è uscito dalla caverna e ora tende a collassare qualunque cosa non gli appaia ontologicamente simile. Il cinema salva, ha detto qualcuno, e ora sappiamo che salva in ambo le direzioni: il cinema dell'inautentico salva gli inautentici e il cinema autentico salva gli autentici, il che, certo, è un’operazione pericolosa, me ne rendo conto, ma è pericolosa perché veramente autentica e intimamente reale, dunque vita, vita che, una volta esperita, diventa il tempo dello spettatore, quell’esistenza che egli incarna (viene in mente Crude oil (Olanda, 2008, 840’), l’alienazione dall’inautentico etc.). Ecco, Ten skies fa senz'altro parte - ed è, assieme a Cove (USA, 2012, 6'), baluardo - del secondo genere di cinema, perché c'è troppa realtà, in esso, così tanta da collassarlo in un fascio di possibilità che non riguarda nient'altro che la vita, pura e semplice così come la incarniamo: è la perfezione, finalmente esperita.

15 commenti:

  1. Dieci Cieli: Ogni tanto ci pensavo, e mi sembrava strano infatti che non ne avessi ancora scritto niente. Anche perchè ricordo che me ne accennasti più volte. A leggere, sembrerebbe quindi che questo sia proprio il capolavoro di Benning, sarà tempo che mi decida a mettermi di buzzo buono, ed esperire per qualche ora le visioni di questo regista, sul quale devo ancora approfondire. E' che ultimamente, sto alternando le novità a revisioni di film che mi avevano lasciato parecchio, soprattutto per poter scriverne qualcosa.

    P.S. Che fine ha fatto il film "in forno" che era al posto "dell'immanente"? Sei riuscito a recuperarlo?

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    1. Sì, non è stato così facile scriverne: tante cose da dire, molte altre da chiarire - insomma, ci ho messo un po', ma almeno adesso ho più chiare determinate cose, specie sul cinema in quanto tale. Benning, lo sai, è per me un mostro sacro del cinema, al pari di Wang Bing, Robert Todd, Lav Diaz e Béla Tarr, e forse questo "Ten skies" è davvero la visione più "importante" (per così dire) che mi sia capitato di vedere. Immenso, c'è poco altro da dire. E vicinissimo a "Nightfall", per certi versi.

      Il film in forno mi aveva annoiato, così ho pensato, vedendo il tuo trascendente, di recuperare quell'immanenza che è ciò che, di fatto, credo sia il cinema: «La cabala, l'alchimia, riassumendo un'insondabile tradizione, postulavano e avevano la pretesa di dimostrare più o meno l'unità sostanziale e l'unità funzionale dell'universo. Il microcosmo e il macrocosmo dovrebbero possedere fondamentalmente la stessa natura e obbedire entrambi a una stessa legge. In linea generale, lo sviluppo attuale delle scienze sta confermando questa prodigiosa intuizione. Il cinematografo ne dà, anch'esso, una verifica sperimentale. Esso indica che la sostanza di tutto il reale sensibile, tranne il fatto che non si riesce a capire che cosa sia, si comporta ovunque e sempre come se fosse sempre e ovunque identica a se stessa. Il cinematografo mostra anche che tra quest'unica incognita si trova regolata in tutte le sue differenziazioni da una legge fondamentale: l'attributo è funzione del tempo, le variazioni di qualità seguono le variazioni di quantità del tempo o, per meglio dire, dello spazio-tempo, poiché in realtà il tempo è inseparabile dallo spazio che orienta» (Jean Epstein, "L'essenza del cinema").

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  2. Credo scrivero' ancule considerazioni a caldo pre lettura: Il film come tu definisci questo tipo contemplativo mi sta aprendo dentro e mi chiedevo prima se era effettivamente possibile. Ho visto ten skies ieri sul tardi e mi ci sono addormentato. Prima di tutto mi sono appuntato su di un foglio alcune cose come riferimenti a una particolare tipologia di musica che rosuonava dentro di me (postrock ma non solo.) sta di fatto ch i titoli poi rileggenndoli nel mentre mi rendevo conto che erano non solo in ordine di data in cui li conobbi ovvero dal piu' recente alla canzone piu vecchia ma sopratutto un ordine quasi matematico. E credo che quest'esperienza non sia molto personale solamente ma che sia anche possibile riprodurla piu volte. Da un certo punto mi sono snetito quasi dentro come dire non fisicamente ma tipo con l'animo (in realta' mi sentivo come se qualcosa mi stesse trapassando sul petto).

    In lettura: Capisco il fatto dell'alienazione e sono d'accordo sul fatto che questo cinema e' puro..

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    1. Certo è puro nella misura in cui permette determinati esercizi ascetici su/attraverso di sé, come mi pare sia successo a te. Film simili sono più unici che rari, ma è un fatto che esistano e che per certi versi proliferino. Ci fa piacere che il film ti sia piaciuto in maniera così genuina; molto spesso, non capita così...

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    2. Non credo che ci sia bisogno di musica, se Benning non l'ha messa un motivo ci sarà, e credo proprio sia espresso dal concetto del film di vita in se, la musica è quel qualcosa che cambia la nostra percezione dell'umore, questo film vuole esprimere tutto quello che ha scritto nella recensione. Tu stesso dici che ti sei addormentato a guardare il film, ad un certo punto della tua vita ti addormenterai sul serio, e forse Benning voleva questo, come Bas Jan Ader nella sua ultima performance "in search of the miraculous" che se ne va a largo su quella barchetta che parte dall'America per arrivare in Gran Bretagna in cerca di cosa? in cerca di quello che Benning filma e ci riesce, la vita stessa.

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  3. Che merda di "film", questo non è cinema, è puntare la mdp a caso in alto e filmare nuvole ramdom

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    1. https://whatimg.com/i/gDa2h7.png

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    2. Invece la tua, di mente, è perfettamente funzionante vero?! Dai fai il bravo torna a vedere filmati di geyser islandesi e primi piani di bovini che ruminano.
      Che merda il cinema contemplativo

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    3. https://whatimg.com/i/gDa2h7.png

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  4. FAST AND FURIOUS 7!!!
    (spero basti per pietrificarti all'istante che tu, su questa terra, sprechi solo ossigeno)

    Ps: che merda il "cinema" contemplativo

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  5. Wow sei davvero una fonte continua di invenzioni e rilanci, così come il tuo blog, sei di una noia mortale... pure come youtubers fai pietà

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  6. Sono "inciampato" su questo film ieri. Premetto: non conosco il cinema contemplativo e questo autore. Vorrei farti una semplice domanda: come si guarda (se si deve guardare) questo genere di film?
    Grazie in anticipo. (Sono davvero interessato a saperne di piu su questo cinema.

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    1. Mah, guarda, se tieni gli occhi aperti è meglio, per il resto fai tu.

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