Nightfall


Mi prendo un attimo una pausa dal forsennato lavorio di segnalazione di pellicole poco note che meritano di essere viste per parlare del più grande film della storia del cinema, o almeno quello che io considero tale, ovverosia Nightfall (USA, 2013, 98') di James Benning, perché era da un po' che sentivo il bisogno di farlo ma non sapevo mai bene come comportarmi a riguardo. Ora, dopo aver rivisto ieri il colossale e ieratico BNSF (USA, 2013, 193'), ho le idee più chiare e un pensiero abbastanza organizzato in testa, il quale mi permette, appunto, di pensare che davvero Nightfall sia il più grande film della storia del cinema, e questo perché Nightfall sfonda il cinema recuperandone la condizione di possibilità che è la sua stessa essenza e portandola alle estreme conseguenze. Qual è questa condizione di possibilità? Come abbiamo visto a proposito di One way boogie woogie (USA, 2011, 90'), essa è fondamentalmente la visibilità, cioè la condizione che anticipa e rende possibile il guardare. Dopo più di un secolo di cinema ci siamo come abituati a guardare i film, ma è un atto, questo, che si compie spesso inconsapevolmente perché la maggior parte dei film deve essere fruita in maniera inconsapevole; Benning, con RR (USA, 2007, 111'), ritorna invece là dove il cinema ha avuto inizio, e ciò per poter appunto recuperare ciò che l'ha reso possibile e lo rende tutt'ora possibile, ovvero la visibilità. La visibilità è la condizione che attua il visibile e il visto, cioè ciò che non solo permette ma anche attualizza l'atto del vedere: se il film è ciò che viene visto, il cinema è ciò che rende possibile questo venire visto; in questo senso, Nightfall è più cinema che film, poiché la visibilità è tutto ciò che infine emerge e si attualizza nel corso della sua visione, e questo fatto è di capitale importanza, se si considera che è proprio la visibilità che ci permette di collocarci e localizzarci nel mondo, quindi di poter essere e agire. È ciò che Strauss definiva l'Allon, ovvero l'avvolgente nel quale siamo compresi e al quale ci contrapponiamo: è il vuoto nel quale galleggiamo e nel quale ci ritroviamo grazie a coordinate che poniamo per mezzo della vista. Insomma, è la realtà ed è quello che si esperisce per mezzo del cinema, ciò che in un certo senso lo fattura. Per questo non si deve domandare per quale motivo si debba guardare per più di un'ora e mezzo un bosco o per più di tre ore un pezzo di ferrovia, poiché ciò che conta non è tanto il vedere quella ferrovia, quel bosco quanto, piuttosto, il collocarsi in quella ferrovia, in quel bosco: il cinema di Benning fa sostanzialmente questo, pone cioè attraverso la visibilità, che è l'atto puro del collocarsi, una realtà nella quale siamo inevitabilmente coinvolti. Faccio un esempio stupido: due persone stanno guardando Nightfall o BNSF e iniziano ad accarezzarsi o a litigare; sulla base di quello che abbiamo finora detto, accarezzare un'altra persona o litigare con un'altra persona non significa, come invece accade nel 90% dei film cui siamo abituati, distogliere l'attenzione dal film bensì accarezzare l'altra persona nel luogo che Nightfall o BNSF riprende, e questo perché sia Nightfall che BNSF, imperniandosi sulla visibilità più pura, creano una realtà - intesa come Allon - nella quale lo spettatore è portato a collocarsi. Se x bacia o accarezza y durante Interstellar (USA, 2014, 169') di fatto non guarda Interstellar ed è come se non l'avesse visto, ma se x litiga con o accarezza y durante Nightfall x sta di fatto accarezzando o litigando con y nel bosco che Nightfall restituisce in tutta la sua concretezza, realizzandolo, cioè rendendolo reale, situazionale, ambientale, il che non significa che sia stupido o inutile guardare fissamente un film come Nightfall o BNSF, senza sconcentrarsi e fare nient'altro, quanto, piuttosto, che questi film richiedano un occhio diverso e pure una volontà differente, più autentica per certi versi ma anche più prossima alla persona piuttosto che al film in sé, così come quando siamo in un parco ci ricordiamo del parco sulla base delle nostre suggestioni, e sarà diverso se in quel parco ci trovavamo con un amico con cui stavamo litigando o leggendo un libro che consideriamo quello della vita, e così Nightfall, che diventa sterile se guardato nella sua oggettività, cosa peraltro impossibile (la nostra attenzione non reggerebbe, i nostri pensieri andrebbero altrove), e si riempie invece qualora riuscissimo ad ambientarci in esso vivendo non con ma in esso un certo avvenimento (il litigio, la carezza): immagine-luogo. Senza esagerare, ma forse Nightfall è davvero un film di fronte al quale bisognerebbe fare tutt'altro, per esempio leggere un libro, poiché non siamo più di fronte a un film ma siamo nel film, lo schermo diventa quello che Jaspers definiva l'orizzonte circoscrivente; in questo senso, l'operazione che Benning compie con Nightfall è delle più radicali: abolisce l'autore, cioè lo destituisce così come Dio si è destituito dopo la Creazione, ponendolo cioè come un organismo trascendente il cui atto di porre e accendere la mdp è altro e ininfluente rispetto alla realtà che quest'atto comporta, e, di più, fa in modo che il ripreso annulli il fuori-campo concependo l'inquadratura come un frammento di un'infinità che si ripete nella differenza di se stessa, poiché quegli alberi, quel frammento di bosco che viene ripreso è in fin dei conti estendibile per n parsec dalla mente umana, la quale comunque, come peraltro succede nella realtà, ha consapevolezza istantanea e concreta solo dello squarcio del reale che l'occhio vede (un individuo conosce bene la propria camera da letto nella sua totalità, ma questa idea è composta da frammenti visivi che non possono essere dati all'occhio simultaneamente, ed è da qui, forse, che si deve recuperare l'importanza attribuita da Benning al formato 4:3, che è quello che più si avvicina allo schema visivo umano). Ecco tutto. Diverse cose andrebbero ora approfondite (in particolare le implicazioni che un gesto simile può comportare, e sono molte, alcune anche molto pericolose, ma questo è dovuto al fatto che Nightfall può valere anche solo in via del tutto teoretica, che se rimpolpata di praxis può portare a un sovvertimento dell'ordine vigente, che altro non è se non quello del reale, cui solo il cinema può aspirare), e probabilmente sarà mia premura farlo nell'arco del prossimo anno. Per il momento volevo giusto affrontare quest'opera inarrivabile di Benning, cosa che per me era molto importante fare, e rompere così il ghiaccio nei confronti di un argomento che se da una parte mi sta molto a cuore dall'altra mi terrorizza, perché sono cosciente di non poterlo dominare appieno. Comunque sia, spero di essere stato abbastanza chiaro sul motivo per cui considero Nightfall l'opera definitiva della storia del cinema, poiché a conti fatti è proprio con Nightfall che Benning riesce ad arrivare a un cinema poietico e demiurgico che è al contempo situazionista e immanente - luogo, questo, che l'altro grande capolavoro del regista statunitense, Ten Skies (Germania, 2004, 102'), non raggiungeva ma a cui, forse, nemmeno tendeva. Senz'altro, qualora ci sarà un altro cinema, quindi un'altra realtà, quest'altro cinema e quest'altra realtà dovranno senza alcun dubbio riconoscere il momento critico rappresentato dalla presente operazione di James Benning.

4 commenti:

  1. Hai praticamente spiegato il cinema di Benning e come e perchè apprezzarlo. Ti si vuole bene

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Toglimi però una curiosità: in base a cosa consideri questo il capolavoro di Benning piuttosto di, chennesò, un Ten Skies o un RR, con quale metro di paragone li metti a confronto (essendo opere così uniche e singolari)?

      Elimina
    2. "RR" e "Ten skies" hanno diverse inquadrature. "Nightfall" lo paragonerei piuttosto a un "BNSF", che è composto da un'unica inquadratura, ma a differenza di "BNSF" "Nightfall" inquadra una porzione di bosco che è paradigma del bosco stesso e teoreticamente potrebbe estendersi al di là dell'inquadratura stessa; certamente non è così, ma "BNSF" ha un paesaggio particolare, mentre "Nightfall" inquadra alberi di un bosco al di là dei quali - nel fuori-campo, insomma - ci sono altri alberi che, pur essendo diversi da quelli inquadrati, li ripetono.

      Elimina