Cábala Caníbal


L'immagine è la memoria. Non che la memoria sia figurativa o immaginativa, tantomeno immaginaria: essa è l'immagine, e se Daniel V. Villamediana, dopo la sorprendente prova esperita con La vida sublime (Spagna, 2010, 90'), si inoltra, nel viaggio mistico che è Cábala Caníbal (Spagna, 2014, 64'), presentato all'ultimo IFFR, è perché, di fatto, teme d'aver perduto la memoria. Così, tutto è genealogico, in Cábala Caníbal, ma non filiativo. Il regista spagnolo, infatti, profonde un grande impegno in questo accostamento, questo abbacinamento di immagini attraverso un sapiente uso del found-footage, del reperimento di immagini d'archivio, stock-shock per arrivare laddove il corrente linguaggio filmico non può penetrare, ovverosia nella cultura storico-personale che s'insedia nell'individuo attraverso le ramificazioni familiari che s'intrecciano nel suo organismo e che sono portatrici di una memoria storica e ancestrale. In questo senso, Cábala Caníbal è un film cosmico, e solo un occhio particolarmente ottuso può scorgervi una tendenza al recupero di un patrimonio banalmente familiare; al contrario, si potrebbe dire che Villamediana adoperi la famiglia, i suoi eventi e le sue morti, per risalire genealogicamente a qualcosa che ha profondamente a che vedere con i misteri della cabala ebraica. Perché scrivere «genealogicamente»? È sbagliato, in effetti, dal momento che Villamediana è eminentemente cinematografico nel suo procedimento, e se la sua operazione ha molto a che vedere con quella adoperata da Nietzsche sulla morale attraverso lo strumento genealogico, Villamediana va più a fondo, poiché non solo fa del cinema una genealogia, uno strumento genealogico, ma scopre anche come il cinema abbia già in sé un carattere genealogico che fa di esso, più che uno strumento, il custode di un patrimonio culturale, storico e, sì, anche mitico. Cosa può il cinema? Certo, il cinema permette di approfondire una certa dinamica, ma questo lo permette non come strumento utile, che asserve il cineasta, bensì come oggetto indipendente, quindi come ambiente, come luogo, come spazio che coordina in sé una cultura, una storia, un mito. È indubbiamente sulla base di un'incredibile sensibilità nei confronti del cinema, troppo spesso banalizzato a semplice mezzo, quale, per esempio, veicolo di storie o, peggio ancora, di idee, che permette a Villamediana di assurge il cinema a un simile rango, che non ha nemmeno più a che fare con l'arte perché vede l'arte stessa nascere in seno a sé. Appare dunque evidente, a questo punto, come l'utilizzo dello split screen occorra, sì, alla formulazione di un linguaggio cinematografico che sia altro rispetto a quello comunemente inteso e, pure, più profondo, più penetrante di quest'ultimo, ma emerga anche come conseguenza e che, quindi, non sia solo causa, solo strumento, ma anche realtà oggettiva di un processo che Villamediana ha scorto dentro il cinema. Cosa scorge Villamediana dentro il cinema? La possibilità di un altrove, di un non-qui, che in questo caso ha a che fare colla storia e il cosmo: le sue origine ebraiche, le vicissitudini che capitano alla sua famiglia dischiudono un universo di eventi così cosmico-storici che sembrano aderenti a certe immagini del presidente Schreber, almeno nella lettura che del suo delirio danno Deleuze e Guattari ne L'anti-Edipo, il che non significa - sia chiaro - che l'individuo si trovi alla soglia della Storia e del Cosmo, che sia attore o paziente di eventi storici che retroagiscono su di lui così come lui agisce su di essi, bensì che sia proprio l'individuo a essere questa soglia, e la famiglia, legata com'è ad altre famiglie ancora, che la intersecano o vengono da essa costituire, nonché a un ambiente che la ospita e di cui fa parte integrante, si scopre fibra dell'universo, allacciata ad altre fibre - e la trama di queste fibre (umane, animali, vegetali, minerali, molecolari e via dicendo) è il cosmo stesso, produttore di Storia. Ecco, Cábala Caníbal fa appunto questo: ritraccia il carattere cosmoteandrico della famiglia, della storia colla s minuscola, e lo ritrova nelle vicissitudini della Storia con la s maiuscola, e per quanto vi sia la tentazione di estendere questo specifico carattere a ogni molecola esistente il discorso intrapreso da Villamediana non permette questo passo, perché, sebbene in effetti si possa considerare questa la domanda di partenza, essa non è comunque posta alla storia o alla Storia ma al cinema, che su tutto questo agisce come un inconscio, cioè producendo immagini. E sono queste, le immagini della memoria di cui sopra. Una memoria che, nel momento stesso in cui si pone cinematograficamente, si scopre storico-cosmica.

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