«Cosa può il cinema?» Cadenze #8: João Bénard da Costa – Others will love the things I loved (João Bénard da Costa: Outros amarão as coisas que eu amei)


Cosa può il cinema? 
Ho scritto queste parole già molte volte, e le ho sempre cancellate. Non sono pronto a scrivere di questo, probabilmente nessuno lo è, lo sarà mai. Le orecchie mi fischiano, quel sibilo acuto che riempe il silenzio delle stanze. una traccia dei pensieri, c'era uno studio che lo diceva, o una diceria, ora non ricordo, ma mi colpisce ripensarci proprio ora, nel momento in cui devo scrivere di tutto questo. Una strana coincidenza. Lo studio (o la diceria) affermava che il pensiero, il ricordare, emette una frequenza che continua a fluttuare nell'etere, un canto, e questo canto può essere percepito da altri, ed ecco quel fischio acuto. Lo percepisci in luoghi dove sono passate molte persone, mica lo senti in montagna. A pensarci ora, è come venire a contatto con la vita di qualcuno, è la confessione più intima e spontanea possibile, ci si ritrova custodi della memoria di un altro. A saperlo perché quel fischio ha scelto te. 
Eh, sì, Joao, sei stato un fischio, per tutto questo tempo, un canto in questa stanza, e non posso nemmeno chiudere gli occhi, dormire, perché copri ogni cosa, anche i motori delle macchine, ché ormai ci sono abituato ad averli come sottofondo nel mio dormiveglia. Voglio parlare un po' con te, Joao, facciamo che queste parole saranno come una lettera, come se tu ti fossi preso in affitto una stanza nella mia mente e potessi venirti a trovare ogni tanto. 
È strano, ora, ritrovarsi a parlare con una persona mai conosciuta, ad essere custode di un'intimità di cui non si è stati parte. Ma questo incontro era inevitabile. Lo hai detto tu stesso, con le parole con cui ci siam lasciati: "altri ameranno le stesse cose che ho amato io". Ecco, è qui che ci siamo incontrati. Piedi che corrono. È un testimone quello che porti in questa staffetta, un testimone che lasci ad altri, a quelli che ameranno le stesse cose che hai amato tu. Un testimone montato alla moviola, servo e padrone, ricordi, no? Seul le cinema. Sì, penso che solo il cinema possa essere quel testimone, il cinema è quel suono che sta nell'etere e si porta dietro una vita intera. Questa volta ci si è incontrati con la tua vita, Joao. Io non so mica se siam le persone giuste per questo passaggio, sai? Mi guardo riflesso nello schermo, scrivo di me riflesso mentre guardo quello di cui scrivo. C'è da sentirsi in colpa, qua. Non amiamo con la tua stessa onestà, non conosciamo più quella parola antica, sentimento. Siamo educati, rigidi. Ci crediamo eroi, rivoluzionari, alziamo bandiere e fortini, pensando di star facendo la cosa giusta, ma siamo vittime di quell'anestetico che andiamo a denunciare anche noi. Mi sento stronzo, scusa la parola, a darmi dell'onesto, perché mi sa che non lo sono, mi sa che sono rigido pure io, mi sa che ho quel baco nel culo, scusa di nuovo la parola, come chiunque altro. Sono giorni che mi chiedo se ho mai amato davvero, qualcuno o qualcosa, e sinceramente non so rispondermi, mi fa paura questo silenzio da parte mia. È tutto un assorbire passivamente, un voler essere amato, non un amare, e si obbliga anche il cinema a questo. Quanto ci stiamo donando realmente al cinema? Probabilmente zero, in realtà. Vorrei usare parole che rendano scemi, Joao, perché siamo pieni di filtri, prismi, vetri sporchi, e quando le immagini arrivano agli occhi, ormai sono affettate, masticate e rigurgitate. Dovremmo essere tutti scemi. O forse basterebbe essere bambini, non lo so. Arrivi tu, Joao, con la tua storia, la tua vita, il tuo amore. Vai al (dis)limite delle cose, (dis)educhi al sentimento, proprio come Julio (ma è un caso che tutti voi parliate portoghese? Che segreto nascondete?), e non doni solo ciò che ami, doni il tuo amore, prima che la pellicola finisca intorno alla bobina. Adesso sono in difficoltà, mi sono pure bruciato col té, e non mi ricordo dove volevo arrivare. Ma, Joao, che dobbiamo fare? I cineclub sono morti, la cinefilia non esiste più, lo hai detto tu stesso. Non è più possibile quello che fu, non si sta più insieme, non si ama più proprio grazie a ciò che si ama, non si resiste più con gli amici. Si sta lontani, a rilegare parole asettiche tra noi, mini salette, scatoloni da proiezioni a monoposto. Magari ci si scontra con altri scatoloni, eh, ma nessuno può entrare a vedere una proiezione con te. Si va in sala insieme, ma ci stanno giungle e deserti tra un seggiolino e l'altro, nessuno si abbraccia più al cinema. Ho degli amici, Joao, persone a cui penso di tenere davvero, anche se non so più cosa provo, 'sti sentimenti che non vanno in giro con la descrizione dettagliata addosso, mi sa che sono daltonico pure sulle emozioni... Ho degli amici, ti dicevo, e mi commuovo pensando ad essi, e li vorrei abbracciare in sala, e vorrei rompere quello scatolone monoposto e far entrare anche loro, stare con loro, mentre fuori tutto brucia, probabilmente. Ecco, per loro sì che vorrei diventare un fischio, un suono nell'etere, e davvero vorrei che i loro fischi rimbombassero nella stanza in cui vivo. Questo magari non centra niente col cinema, ma penso sia invece tutto il cinema possibile, seul le cinema. Perché ci puoi provare quanto vuoi, ma solo il cinema può prendere una vita intera e ricordarla, un occhio fuori, un occhio dentro. Si deve ripartire dalle tue parole, Joao, smontare tutto quello che è stato imposto in anni, rompere questa cinefilia da quizzone, e tornare a vivere i sentimenti. Vorrei amare anche io un film come te, così tanto da non aver più bisogno di guardarlo per riviverlo tutto, ogni singolo secondo. Ma non penso sarei in grado, non oggi, non per come viviamo in questo momento. Quel testimone pesa, davvero, e non so nemmeno, scrivere, sono un tonto dal vocabolario ristretto, dunque non so cosa capirai di quello che ti sto dicendo. Ultimamente Jonas ha parlato della bellissima neve, la neve che ci sarà ancora quando lui invece no. È un po' come te Jonas, sta diventando un fischio, per ricordare le cose da amare, come amare. 
Mi sono riguardato quel fermo posta d'amore, quei pantaloni alzati a mostrare il reggicalze, e ho pensato al tuo sentimento che viveva in parole semplici, e mi sono emozionato, come se non lo avessi mai visto, come se fosse un altro film, come se fossero altri occhi a guardare. Io penso sia questo, Joao, il tuo testimone sono degli occhi, occhi nuovi, lavati dalle pagliuzze e chiodi che li riempivano. E in quegli occhi vive un po' di te, quindi non hai solo una stanza nella mia mente, ma pure un po' di vista sulla mia vita. E mi vien di nuovo da pensare agli amici, a quelle sale vuote da riempire, per amare tutti insieme, come un antenna che ritrasmette e amplifica. Li vorrei qui, ora, mangiare con loro, guardare con loro, vivere e filmare con/di loro. Mi son preso la briga di provare a sollevare quel testimone, non per arroganza, che comunque ne ho, mi scuso per questo, ma perché sento mia questa corsa, perché sono discreto sulla lunga distanza, e perché sento di poter amare, anche se non so bene che cosa sia, ancora. Ecco, Joao, io ti chiedo solo di non andartene tanto presto, sento già che il fischio si fa più debole, e un po' tremo. Rimani in quell'appartamentino, parlami ancora. Anche se le tue parole sono finite, il sentimento si rinnova sempre, non abbandonarmi, eh, hai ancora da diseducarmi su un sacco di cose. E poi, abbiamo ancora una chitarra appoggiata su un balcone da guardare insieme, da farmi vedere per la prima volta. Ecco, Joao, penso di aver finito. Ho cercato di essere il più sincero possibile, e forse non è ancora abbastanza, ma ci vorrà tempo, lo so. In questo momento, però, sento un grande affetto nel cuore, e sono davvero felice di custodirti. Non sento nemmeno il motore delle macchine, per questa tua canzone, tante sono le cose che ancora hai da dirmi. 
Ciao. 
Cosa può il cinema?

Autore del testo: Maurizio Marras

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