Crumbs

Crumbs (Spagna, 2015, 68') è probabilmente il più grande film post-apocalittico che sia mai stato realizzato. E non lo dico per dire. C'è infatti, nell'opera di Llansó, una frenesia mista la cui commistione con un destabilizzante senso di desolazione va a formare una sinergia strana e inquietante, che ti arriva addosso. Non è forse questa, l'apocalisse? In effetti, l'apocalisse è l'evento che annulla la possibilità dell'evento: è l'eventuale improvvisamente attuale, quindi un qualcosa che differisce l'attuale, lo sposta più dall'istante che, non più attuale, diventa immediatamente e nella sua concretezza virtuale. Differisce, l'apocalisse, e non annienta, o meglio annienta le coordinate, le spazza via, e ciò che rimane non sono che quelle frattaglie mostrate da Antonioni in Zabriskie Point (USA, 1970, 110'), dove appunto si vede una micro-apocalisse annientare le coordinate di una villa senza però annullare del tutto i pezzi di questa villa, che anzi volano via, si librano in aria, liberi dalla struttura che li costringeva, pronti a formare nuovi rapporti. Ecco, Miguel Llansó mostra appunto questo, il post-apocalisse, quindi il senza-condizione, la privazione della struttura, la frattaglia che non è più frattaglia poiché non appartiene più a un significante trascendente che la significhi ma è segnica, libera di creare e intessere rapporti. Sono i «crumbs» del titolo, che un incredibile e imprevedibile quanto allucinato Daniel Tadesse vaga per cercare e raccogliere. Non si tratta, tuttavia, di ricostituire la società che è stata, di reintegrare nel territorio etiope - peraltro suggestivamente e surrealmente inquadrato dalla macchina di Llansó - quella civilizzazione che lì non c'è effettivamente mai stata, nemmeno di ricordarla, questa civilizzazione; piuttosto, il discorso di Miguel Llansó sembra essere: d'accordo, la civiltà è finita, ma qualcosa di questa civiltà permane, come per esempio Babbo Natale e i nazisti, quindi cosa si può fare affinché questi pezzi senza strutturano non finiscano per ristrutturarsi nel modo in cui si erano già da prima strutturati? La ba(l)lade che Tadesse (Gagano nel film, supereroe e addirittura Superman più per sfortuna che per altro) è così condotto a compiere è una bal(l)ade finta, che solo inizialmente potrebbe considerarsi come un'autentica bal(l)ade, e questo perché, man mano che procede, essa si fa avventura, incontro-scontro, fuga, e ogni cosa sembra infine sul punto di poter ricostituire l'angoscia che solo apparentemente sembrava poter essere stata annullata dalla catastrofe. E c'è una nave spaziale, lassù in cielo - un qualcosa di trascendente e artificiale, praticamente un Dio (e in effetti la stazione spaziale è un banco di pegni), al cui primo segno d'attività tutto sembra conformarsi a una maniera che non le è propria, quasi che un fatalismo permeasse e dirigesse ogni elemento, spossessandolo delle sue pur minime azioni e intenzioni. Che è successo? Vien da pensare che l'apocalisse non ci sia mai stata e che tutto quello che vediamo sia in realtà una situazione a noi coeva, consensiva rispetto alla nostra: è al realtà etiope, che è al di là della civilizzazione ma che, proprio nell'incontrare la civilizzazione (Babbo Natale, il nazismo e via dicendo) sbanda ed è sull'orlo della distruzione. È un'interpretazione, e come tale è sbagliata; infatti, a lungo andare, ci si rende conto che un'apocalisse c'è davvero stata, ma essa non ha spazzato tanto le coordinate di un mondo quanto le coordinate stesse, e il mondo, nella sua anarchia, si ritrova schierato in due fronti: chi sopravvive alla catastrofe e chi, invece, sperimenta, vaga, ama e, insomma, vive una vita che non è post-apocalittica ma in attesa di una nuova apocalisse. Chi è Gagano? È il solo a muoversi (è per questo che il film disdegna le inquadrature a macchina fissa anche sui piani lunghissimi, perché Gagano è il protagonista, ciò che fa muovere, e dunque non c'è stasi ma solo movimento), a inscrivere sulla terra le linee dei suoi movimenti, delle sue fughe. Babbo Natale, invece, sta fermo in un luogo, e anche tutti gli altri, come il proiezionista di un film che dura ormai da quarant'anni. Gagano è la controparte della sua fidanzata, che, sebbene sia fisicamente statica in un luogo, si muove nei sogni, in una dimensione che è altra ma nella quale comunque è presente un'iscrizione, opponibile a quella di Gagano; se quest'ultimo, infatti, torna a casa dopo aver inscritto sulla terra le linee dei suoi movimenti, la ragazza viene ritrovata da Gagano come iscritta di angosce, timori, speranze e gioie che le sono state inscritte sul corpo. È dunque una pellicola sull'origine, Crumps, ma è un'origine come limite, e in questo senso tutto ciò che viene registrato in esso è la soglia che separa il post-apocalittico dal pre-apocalittico (perché ogni inizio implica una fine e ogni società, colla sua politica e la sua economia, le sue classi sociali e la sua burocrazia, è in se stessa pre-apocalittica, in quanto destinata a svanire al cospetto di una fine che è altra rispetto a quella dalla quale si è vista sorgere), quindi nient'altro che un fascio di possibilità che saranno via via sfoltite man mano che le iscrizioni vengono fatte e le attualità reifichino le virtualità: è l'emergere del possibile, non ancora il possibile emerso e reificato, e in ciò è una pellicola post-apocalittica, Crumbs, una delle poche e forse l'unica, poiché in fondo basta prendere un film hollywoodiano a caso per notare come lì il post-apocalisse sia già un momento pre-apocalittico, con quel branco di superstiti pronti e nell'atto di fondare una nuova società, un nuovo socius nel quale si trovano già inscritte tutte le coordinate e tutti i reticoli, tutte le prigioni e i confini, i razzismi e le segregazioni. Crumbs no, Crumbs è realmente post-apocalittico, e per questo è un film magnifico, perché è pregno di speranza e di gioia.

Nessun commento:

Posta un commento