Drowned in oblivion (Le cercle des noyés)



Le cercle des noyés (Francia, 2007, 71') espone una vicenda esistenziale nella voce di un singolo e le immagini di un territorio: è la vicenda di Bâ Fara, che fu fatto prigioniero nel 1986, quando in Mauritania ai neri mussulmani venne tolto qualsiasi diritto, ma non è una vicenda esclusivamente personale e in questo senso non è nemmeno storica; Pierre-Yves Vandeweerd, infatti, non fa opera di storico ma nemmeno di metafisico, e il punto sta proprio qui, nella sua incredibile capacità di scoprire la soglia che sta tra la Storia e la Metafisica e farla quindi affiorare nell'arco di tutta la pellicola. Ecco, in questo senso Le cercle des noyés è propriamente una soglia, la soglia, e ciò si deve innanzitutto a questo conglomerarsi e compenetrarsi di immagini e suono, di voce e territorio: non solo la voce di Bâ Fara appartiene al territorio che Pierre-Yves Vandeweerd mostra ma anche - e soprattutto - questo territorio appartiene a quella voce, e l'insieme che ne risulta ha un carattere eminentemente stocastico, senza picchi di singolarità oppressiva e repressiva. Si penetra e si è penetrati; si è la persona che si è perché si abita in un certo territorio, che a sua volta determinato dalla nostra presenza, che dunque fa tutt'uno con esso. Non si tratta di indeterminatezza, d'indeterminarsi, ma di determinarsi come indeterminati: fruscii, non suoni. E sono proprio i fruscii ciò che appartiene e pertiene a Le cercle des noyés, nel senso che la storia di Bâ Fara si interseca con quella degli altri suoi fratelli, anch'essi imprigionati, e va così a profondersi in un territorio dalla quale, nel momento in cui Vandeweerd riprende, emana ma solo in seguito, appunto, nell'essere penetrata in esso, di aver fatto tutt'uno con esso: la Mauritania è quel sangue versato dagli arabi, e Le cercle des noyés si compone dunque come un urto, un affronto all'ingiustizia e al razzismo - elementi, questi, che vengono colti in maniera così profonda e da una sensibilità così grande da risultare per ciò che sono, ovvero parti di una mente ottusa, instupidita dalla rabbia e dal timore mitomaniacale di non poter essere tutto, di non far della propria Terra uno specchio che rifletta soltanto il proprio essere. A questo proposito, il bianco e nero della fotografia deve valere più come attualizzazione di un'esperienza (quella della prigionia, appunto) piuttosto che come recupero di un qualcosa che, ormai, vale solo per la memoria, perché il tempo è lo stesso, così come il corpo di Bâ Fara, che si attualizza, è nel presente proprio in seguito e conseguentemente al passato che l'ha determinato, che l'ha segnato. Sette anni prima di quel capolavoro a tutti gli effetti che è Les tourmentes (Francia, 2014, 77'), Pierre-Yves Vandeweerd realizza dunque un'opera d'importanza capitale nella storia del cinema, poiché non solo congiunge fratture temporali mostrando l'impermeabilità di presente e passato, Storia e metafisica, individuo e territorio rispetto a una serie di cose come per esempio i massacri e l'intolleranza, ma anche - e soprattutto - mostra come ciò sia possibile tramite l'espressione di potenzialità che sono intrinsecamente cinematografiche. 

2 commenti:

  1. La caratteristica di "congiunge[re] fratture temporali mostrando l'impermeabilità di presente e passato" mi ha conquistato immediatamente: credo che debba molta della forza che ha proprio a questo aspetto. Film incredibile, ti ringrazio infinitamente. Per non parlare di Les tourmentes. Urge recuperare gli altri film del regista.
    P.S. Due pezzi al giorno ora, complimenti.

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    1. Sì, ho diversa roba di Rotterdam da postare e, insomma, cerco di smaltirla in fretta. Comunque non c'è che dire, Vandeweerd è un regista incredibile, e sembra uno di quelli che davvero non ne sbaglia uno. A breve saranno disponibili anche gli altri del regista.

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