Echo chamber


Cinema etnografico o cinema apocalittico? In effetti, Echo chamber (Francia/Colombia, 2014, 19') è entrambe le cose, e la potenza e la simultaneità con cui sprigiona ambedue le sue anime è ciò che in ultima istanza lo fa funzionare così magnificamente, così splendidamente, dando comunque l'impressione che al di là di tutto, della natura lussureggiante, delle bellissime inquadrature di carattere eminentemente contemplativo, insomma della stasi nella quale lo sguardo si perde e si (con)fonde con l'ambiente che guarda e nel quale in fondo si trova, ribolla come un fondo che l'autenticità stessa di quel paesaggio, di quell'umanità ai limiti. Certo, il terzo è al limite del capitalismo, ma ciò non significa che sia al di là del capitalismo: esso è un limite e come tale risulta come centro, centro decentralizzato dal centro di potere, il quale, a sua volta, ricava potere da questa decentralizzazione: è il capitalismo a creare il terzo mondo ed è (anche) il terzo mondo ad alimentare il capitalismo. Su questo mi pare che non ci siano dubbi. Dubbi, invece, emergono nel momento in cui Guillermo Moncayo mostra un terzo mondo nel quale si dà come l'impressione di un'anima bruciante che sta per far collassare tutto, quindi il terzo mondo in quanto tale e, con esso, la terzità di questo mondo, quindi, conseguentemente, la secondità e la primità di altri mondi. Improvvisamente chiediamo: che succede? Un uomo varca lo spazio, incede sul mito modernista della ferrovia - ma incede dove? Su un paese svuotato, priv(at)o di risorse, che non ce la fa più. E quell'uomo assume ora la forma inquietante e anarchica di un Eliogabalo, di un Marcos o un Guevara, ma anche di un Castro, che porta con sé tutte le sofferenze della propria terra, i rancori e i dolori delle genti e delle piante, che gli si inscrivono sul corpo: deterritorializza, fa della ferrovia modernista una linea di fuga, schiacciandola su stessa, percorrendola per raccogliere quanti più dolori, quanto più rancori possibili. È un viaggio infinito, il suo, perché è il viaggio dell'anarchico, dello schizofrenico, di colui che porta sulla pelle i bagliori delle stelle, le lacrime degli affamati, la rabbia dei diseredati, e tutto un ciclo cosmico si fa sul corpo, ineluttabile destino, potenza vitale di un viaggio interminabile che lo porterà al centro del potere, ovverosia al di là del limite del capitalismo, in una luna che non è stata colonizzata e che si fa terra immobile e nuova per una nuova e vera forma di libertà. È la catastrofe? Sì, ma noi non l'avvertiremo, e così Moncayo non la presenta, non la registra (cinema dell'æssenza, quindi dell'essenza dell'assenza), poiché quella catastrofe avverrà in un luogo altro rispetto a quello che abitiamo, in un altro campo d'intensità che è al di là della nostra soglia di percezione - e per questo è catastrofico, perché sarà un luogo che il Capitale non ha ancora occupato, quindi un limite effettivo del Capitale, il quale, una volta che questo luogo si sarà palesato, non potrà che arrestarsi.

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