Eyrie



Eyrie (Inghilterra, 2015, 10') è uno spazio. Nel senso: se c'è cinema, in Eyrie, esso è spazio e nient'altro. Non si tratta di fare dell'etnografia né di mostrare un luogo, bensì di abitarlo o, meglio, di renderlo abitabile, ed è questa, in buona sostanza, l'operazione compiuta da Connolly. Siamo al di là del tempo, e in un certo senso si respira un'aria post-apocalittica che lascia afasici, ma non è questo il punto. Qual è il punto? Che siamo improvvisamente nella spazialità, condizione positiva di ogni possibile spazio ed effettuazione di quest'ultimo. Il tempo viene così plagiato dallo spazio, e quel rudere sovietico è assieme maestoso e decadente, ed è con ciò che viene abolito il tempo, che appare dunque solo come un prima, come un «è stato» ormai improponibile. Sospesi nel tempo, abitiamo una soglia, e questa soglia è eminentemente cinematografica, poiché solo cinematograficamente ci è dato esperirla. Che significa? Di fatto, che Connolly lavora davvero di sottrazione e, riallacciandosi al discorso di Brakhage sulla musica e l'audio, scompone musica e audio, il che non significa necessariamente ridare un'immagine pura, poiché in fin dei conti esistono senz'altro immagini che necessitano di un audio che è loro intrinseco, ma fare in modo che quest'immagine sia condizione di visibilità di tutte le altre immagini e, come tale, dev'essere una sorta di minimo comune denominatore che determini l'esperienzialità dell'immagine, del cinema. Attraverso carrellate verticali e lunghi piano-sequenza a macchina fissa, Connolly sembra così intraprendere un discorso che ha molto di benninghiano e che tenta di andare al di là del cinema com'è comunemente vissuto per ritrovare quell'esperienza cinematografica che rende possibile il cinema stesso - e la ritrova, quest'esperienza originaria, nell'immanenza di una spazialità che è nell'ordine della realtà univoca e del cinema come sua parte integrante, sicché si potrebbe dire - almeno per certi versi - che siamo davvero lì, in quella Bulgaria stracciata dal tempo e dal comunismo ma anche che subito non ci importa poi molto, poiché improvvisamente e immediatamente ci rendiamo conto dell'ubiquità che è resa possibile grazie al cinema e che rende effettiva ogni nostra posizione, il nostro essere-nel-mondo, che arriva quindi a coincidere con l'atto stesso di guardare un film, abitandolo come soglia.

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