Goodbye Utopia


Ci voleva l'animazione, per salutare tutte le utopie andate, e ci voleva l'animazione perché l'animazione è un gioco per bambini, così come l'utopia. L'utopia, infatti, è tipica di un'umanità immatura, che tenta di fare dei balzi in avanti scordandosi della materialità di ciò che effettivamente si trova a superare o contro cui si schianta una volta tentato il grande balzo, e se il compagno Mao è stato marxista è stato appunto perché il suo grande balzo in avanti non era affatto disancorato da una certa realtà, da una certa materialità. Ding Shiwei realizza questo Goodbye Utopia (Cina, 2014, 8') - pare - proprio su queste basi qui, e il suo saluto, più che un commiato, ha tutta l'aria di essere un requiem per qualcosa che, sì, è trascorso ma di cui effettivamente non ci libereremo mai. Cos'è trascorso? Sono trascorse le ideologie, e il fatto, oggi, di trovarsi in un'epoca post-ideologica non significa altro che abitare un'ideologia che ormai ci sovrasta, contro cui non possiamo più nulla. Ecco, allora, il grande saluto di Shiwei a quelle ideologie che erano immediatamente utopiche perché fortemente umane, o almeno poggiavano su caratteri intrinsecamente umani: il controllo, la sete di potere, la servitù volontaria e via dicendo. È la grande domanda di Wilhelm Reich: non si tratta di sapere come si sia creato il fascismo, ma come mai la gente l'abbia voluto, il fascismo. Ecco, allora, questa testa che si ramifica, l'arborescenza contro cui bisogna fare rizoma, e contemporaneamente la legge marziale che s'istituisce, la grande repressione che diventa oppressione e che ispira devozione: la massa di Canetti, la grande architettura di Speer cinematografata da Leni Riefenstahl. Addio a tutto questo, inghiottito da quel cerchio nero, che per certi versi rievoca il quadrato suprematista di Malevich e per altri rimanda invece all'idea di un buco nero che non può più essere differito, come invece lo era lo stemma del potere, sempre a lato dell'immagine o più in là, in secondo piano. Cosa rimane? Una democrazia sciatta contro cui non si può più nulla, un'immagine che è tale solo in quanto composta da frammenti d'immagini (quelli dei trascorsi totalitarismi) che non godono più di alcuna autosufficienza e che perciò vanno a comporre quell'immagine che, se è vero che si compone di essi, è anche tale perché va al di là di essi, in un'apparente auto-giustificazione, che non la legittima affatto ma, piuttosto, la mistifica profondamente e ce la fa accettare come tale, con l'assurda idea che in effetti quella sia davvero un'immagine e non un simulacro d'immagini. Democrazia dell'immagine? Può essere, ma che nasce dal totalitarismo e giustifica l'Urtata verso cui tende.

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