Greetings to the Ancestors



Con Greetings to the Ancestors (USA, 2015, 29') si chiude The Garden of earthly delights, la trilogia cominciata con Let us persevere in what we have resolved before we forget (Francia, 2013, 20') e proseguita con Atlantis (Malta, 2014, 24'). È importante che si tratti di una trilogia e che si sottolinei questo fatto, perché allora diventa evidente il richiamo alla o perlomeno la contingenza colla magnum opus di Bosch, il Trittico del Giardino delle delizie; inutilmente, tuttavia, riusciremmo a cavare qualcosa di buono dal mediometraggio di Russell cercando di ritrovarvi analogie col dipinto del pittore olandese, per cui la strada da battere sarà un'altra. Quale? Quella della trascendenza, il che, pur trattandosi di cinema etnografico, non è assolutamente antitetico o paradossale; Russell, infatti, è una sorta di Clastres del cinema, e anzi proprio dall'opera di Clastres sembra essere soprattutto influenzato, come già dimostrava Let each one go where he may (USA, 2009, 135'), nel quale la concezione demartiniana di etnocentrismo critico era un punto saldo da cui partire cinematograficamente, poiché sarà proprio nel cinema che, secondo Russell, l'etnografia potrà formularsi come etologia, almeno nell'accezione che, di quest'ultimo termine, ne danno Deleuze e Guattari in Mille piani. Capitalismo e schizofrenia*. Cosa fa, dunque, Russell? In un certo senso, nulla. Recuperando la nozione vertoviana di Cineocchio, Russell fa questa cosa meravigliosa e insieme incredibile di dare la macchina cinematografica a un certo ambiente, sicché, di fatto, è l'ambiente che fa emergere il cinema, emergendo tramite esso. È come se Lévi-Strauus avesse fatto scrivere la sua opera a un indiano Nambikwara: non esisterebbe più etnografia né antropologia. In effetti, siamo distanti anni luce dall'etnografia comunemente intesa, e questo perché solo il cinema, in quanto macchina, può scavalcare l'etnocentrismo che è intrinsecamente connesso a ogni teoria etnografica in quanto tale. Non si tratta propriamente di condurre un indagine oggettiva, anzi è proprio questo il punto: Russell, conscio dell'impossibilità di un'oggettività autentica, fomenta la soggettività di fondo, ma questa volta la soggettività è immanente e non trascendente, non tipica dello studioso che entra nel territorio ma legata al territorio stesso. Ora, questo territorio è fortemente venato da un che di mistico, da una sapienza ancestrale che fa di quella terra un ambiente apparentemente compenetrato in ogni sua parte da un mana che lo permea e ne fa un unicuum, e Greetings to the Ancestors, dopo una magistrale apertura tribale, con danze e canti e riti e urla di sottofondo che permettono un'esperienza immersiva nel contesto della pellicola allo spettatore, fa proprio questo, cioè fa emergere l'essenza dell'ambiente e permette allo spettatore di viverla, di esperirla, quell'essenza, così come la vivono e l'esperiscono gli abitanti del villaggio. Dove sta, allora, la trascendenza? Di fatto, non c'è alcuna trascendenza, solo un continuo differire, che implica scarti concretizzati da un montaggio anomalo  che fa degli stacchi stessi un differire, un differenziale tra un piano e l'altro, tra una scena e l'altra. Ed è questo spazio, che il cinema non mostra ma palesa, la sede del mana, il luogo in cui incontriamo davvero - e non etnocentricamente - gli abitanti di quelle terre; questo incontro è eminentemente cinematografico ma è anche fortemente sensoriale, materico, corporeo, e in ciò sta tutta la potenza di quello che è fuor di dubbio il capolavoro di Russell, nel fatto cioè che ciò accade perché la macchina cinematografica è data in mano all'autoctono, che può così usarla per registrare quel campo d'intensità così come lui lo esperisce e lo vive. Abbiamo più volte ribadito il fatto che il cinema sia registrazione e che porti all'emersione di campi d'intensità e abbiamo  anche più volte sottolineato come un campo d'intensità implichi una soglia di percezione che lo colga; ora, la soglia di percezione occidentale non è quella dell'autoctono, e Greetings to the Ancestors abolisce proprio questa differenza: i giochi di specchi non solo si riferiscono alla percezione intensiva dell'autoctono, ma accolgono anche quella dell'occidentale, dello spettatore cinematografico, che si trova così se non identificato quantomeno sullo stesso campo d'intensità dell'autoctono. Qual è questo campo? Quello dei miti, dei sogni, di una realtà che, ora, non è più trascendente come l'avremmo - da occidentali - intesa ma immanente, autentica, intima. Segreta, forse. In questo senso, il mediometraggio di Russell si compone come quello di Ah, Liberty!** (Inghilterra, 2008, 20') ma in maniera speculare, e qui ritorna tutto l'insegnamento di Clastres, per il quale l'Occidente non è metro di paragone che di per se stesso (e in questo senso la scelta degli specchi, oltre che a palesare un'altra educazione dell'occhio, l'orientamento verso una differente soglia percettiva, potrebbe appunto rimandare a quest'idea dell'antropologo francese, secondo cui «quando lo specchio non rinvia la nostra stessa immagine, questo non prova che non ci sia niente da guardare»***): è qualcosa di molto umanista perché spietatamente anti-umanista, quello che fa Russell, e non è un caso che gli riesca così bene proprio con il cinema, che è essenzialmente post-umano. Il cinema, come del resto il sogno (e forse è per questo che molte sequenze hanno un carattere profondamente onirico, come quella in cui l'operatore compie per due volte lo stesso percorso, oppure come quando compaiono i sottotitoli sullo schermo senza che nessuna voce parli, quasi a voler rievocare quella strana e inquietante sensazione tipicamente onirica in cui si ha la netta sensazione di conoscere qualcosa senza che questo qualcosa si sia effettivamente effettuato), ammette un ambiente, uno spazio, un campo che sia abitabile coestensivamente da individui interpretati in maniera latitudinale, come pure ecceità e che come tali ritrovano un fondamento comune che li accomuna e per certi versi li indistingue o, almeno, li orienta in una medesima danza, in un tempo che è quello mitico e originario - ma non per questo meno presente - degli antenati.


«Spinoza domanda: che cosa può un corpo? Chiameremo latitudine di un corpo gli affetti di cui esso è capace secondo un certo grado di potenza o, piuttosto, secondo i limiti di questo grado. La latitudine è fatta di parti intensive in termini di capacità, come la longitudine è fatta di parti estensive in termini di rapporti. Proprio come si evitava di definire un corpo mediante i suoi organi e le sue funzioni, si eviterà di definirlo attraverso i caratteri di Specie o Genere. Chiameremo etologia un tale studio e in questo senso si può dire che Spinoza scrisse una vera e propria Etica.»
** Rivers e Russell, del resto, hanno realizzato assieme uno dei più grandi film della storia del cinema, A spell to ward off the darkness (Francia, 2013, 95'), quindi è normale pensare che la sensibilità non sia poi così differente.
***  Pierre Clastres, La società contro lo Stato.

Nessun commento:

Posta un commento