I'm in Pittsburgh and it's raining


Cosa può un corpo? I'm in Pittsburgh and it's raining (USA, 2015, 14') pone questa domanda e su di essa fonda il cinema, e in tal senso è sia spinoziano che cinefilo, perché la risposta che in buona sostanza dà è che il corpo è il differenziale che esprime il cinema nel momento stesso in cui è espresso dal cinema. Dunque cosa mostra, il cortometraggio della McLean? Di fatto, questo differenziale, lo spazio vuoto che è immediatamente riempito ora dal cinema ora dal corpo, ma I'm in Pittsburgh and it's raining è cinema a tutti gli effetti e pertanto i corpi vengono come da esso inghiottiti, fagocitati, sclerotizzati da luci troppo intense o inquadrature ossessive e insistenti che non sembrano far caso a cosa del corpo entri in esse, se una mano o un corpo intero. Cinema di differenza e differenziali, quindi - ma anche e soprattutto cinema del corpo e corpo del cinema, strettamente congiunti in quel gesto duplice e creatore, originario, che consiste nell'ipotizzare uno spazio = 0 in cui cinema e corpo si uniscono, si penetrano e si compenetrano e sono di fatto la stessa cosa. Il "c'è" cinema della McLean agisce quindi su questo campo come una sorta di lampadina, di luce che fa proliferare le intensità del cinema e del corpo, e allora - e solo allora - giungono alla superficie i dubbi, i timori e i tremori rispetto agli eventi, che non definiscono altro che la perdita (ma non la castrazione, piuttosto l'allontanamento) di quello spazio originario. Allora, il cinema si permea di glamour, diventa altro da sé, e questo perché perde il corpo, che in effetti non viene mai mostrato in I'm in Pittsburgh and it's raining; d'altra parte, I'm in Pittsburgh and it's raining non mostra il corpo proprio perché questo corpo ha perso il cinema, vi si è allontanato, si è allontanato dalla luce della mdp e non può più vedersi: è il corpo dell'attrice, simbolo di quella deriva cinematografica che ormai da decenni attanaglia il cinematografo e lo fa essere altro da sé, star-system, fari e non luci, fotografie sul red carpet e non fotogrammi. E come adoperare questa operazione se non attraverso la musica dei The Velvet Underground, che sono da sempre stati estranei a certi stilemi musicali tanto in voga, preferendo piuttosto inventare uno stile, una musica che fosse immediatamente il "c'è" musica capace di far proliferare i suoni? Jesse McLean riesce dunque a fare opera di resistenza e, contemporaneamente, lancia una sfida, muove un'azione che è essenzialmente (e splendidamente) rivoluzionaria, perché non si limita alla critica e ad opporsi a un certo stato di cose ma va più in là e mostra la possibilità di un congiungimento con lo spazio = 0 che agglutina in sé cinema e corpo.

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