Impressions of a drowned man (Εντυπώσεις ενός πνιγμένου)


C'è qualcosa di lanthimosiano, in Oi entyposeis enos pnigmenou (Cipro/Grecia/Slovenia, 2015, 82'), ma soprattutto c'è qualcosa del Luton (Grecia, 2013, 92') di Michalis Konstantatos, e in effetti la pellicola di Kyros Papavassiliou, pur vicina a quella new wave greca di cui si sente ormai tanto (troppo?) parlare, se ne discosta per un'attenzione certa verso la dimensione interiore del protagonista, che di per sé non è espletata in maniera grottesca come spesso accade nei lavori greci; piuttosto, l'approccio del cipriota al cinema rievoca l'idea di una cultura e una società che sono, sì, ammorbanti poiché ineluttabilmente iniettate nell'animo, nella vita dell'essere umano che le abita e in effetti le vive, ma sono anche, proprio in quanto iniettate nel corpo, elementi estrinseci che s'intersecano con la vita umana solo parzialmente, come fattori o gradazioni. In questo senso, centrale è l'idea di seguire la vicenda del poeta Kostas Karyotakis, e di penetrare soprattutto la dimensione che in cui la sua vita si congiunge colla poesia, palesando così sullo schermo, sotto forma d'immagine, l'io lirico che fonda la sua poetica. È un'operazione indubbiamente rischiosa, ma che a Papavassiliou riesce e riesce anche molto bene, specie nel momento in cui c'accorgiamo che il minimalismo che vena il film altro non è se non l'esteriorizzazione di questo io lirico, la lente focale attraverso cui Karyotakis vive e vede la realtà, quindi ciò che lo spettatore esperisce è la realtà di Karyotakis. E così è anche per il protagonista. Costui, infatti, non è o non sembra essere Karyotakis, il poeta suicida, ma ogni evento gli conferma il contrario e ciò che lui è effettivamente Karyotakis e che, dunque, la sua è una vita fatalmente determinata, il cui prosieguo altro non è che un appropinquarsi ineluttabilmente verso la dimensione del suicidio. È questa la carica espressiva di Oi entyposeis enos pnigmenou, nel fatto cioè di riuscire mirabilmente a far aderire lo spettatore con il protagonista e viceversa, sostenendo un discorso sul cinema secondo cui il cinema presenta una realtà che è data e predeterminata e che lo spettatore deve per forza esperire così com'è, com'è per la vita di quell'uomo che è/non è Karyotakis; è dunque una critica al cinema o, meglio, a certo cinema non da poco, quella proposta da Papavassiliou, che si rivolge verso quel cinema eccessivamente narrativo per non formularsi in maniera tirannica e dispotica nei confronti dello spettatore. A questa declinazione cinematografica, Papavassiliou contrappone un'estetica dell'estatico, del contemplativo come dato immanente al cinema e alla vita stessi - unità e punto d'incontro tra l'immagine cinematografica e la vita, l'esperienza quotidiana dello spettatore. E si annega - sicuro che si annega - ma non è più un annegamento forzato, come quello richiesto dalla narrazione, dall'eccesso di letterarietà, ma è più che altro un annegamento di cui non si può fare a meno e che è lo stesso che abbiamo compiuto nascendo, nel mare dell'essere del mondo. Infine, a ogni modo, resta aperta la garanzia, esplicitata in maniera eminentemente meta-cinematografica, che una scelta ci sia, che una differenza tra cinema e realtà sia evidente e sostanziale, ma è appunto questa differenza, lo schermo nello schermo del finale, a dare come l'impressione che, sì, le potenzialità siano davvero illimitate.

2 commenti:

  1. Scusa, ma questo è lo stesso Luton non si riescono proprio a reperire in qualche modo?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Questo, no.

      Luton invece lo trovi addirittura subbato in ita.

      Elimina