João Bénard da Costa – Others will love the things I loved (João Bénard da Costa: Outros amarão as coisas que eu amei)



João Bénard da Costa: Outros amarão as coisas que eu amei (Portogallo, 2014, 75') è un film radicale e spietato. Si è già parlato del cinema di Manuel Mozos a proposito del suo Ruínas (Portogallo, 2009, 60'), ma qui c'è ben altro, e per quanto l'ultima pellicola del portoghese non si discosti da quella poetica della frantumazione è innegabile che uno stacco ci sia, e forse questo stacco non è da attribuire solamente al soggetto filmico quanto, piuttosto, alla maniera di fare cinema dello stesso Mozos, che qui va totalmente oltre. Dove? Oltre. Oltre un certo cinema, ma anche oltre un certo modo di narrare la storia, di ricordarla. Non si tratta di fare cinema per ricordare, si tratta di ricordare per fare cinema, sicché il lungometraggio di Mozos letteralmente si dispiega e si dispiega con un processo che più che essere mnemonico è rievocativo, ma non nel senso che lampi di passano proseguano la pellicola né, tantomeno, che la pellicola stessa si scaglioni nelle falde del passato: è più che altro un'irriducibilità di cinema e memoria, perché il cinema si trova nella memoria, non è la memoria a ritrovarsi nel cinema. La figura di João Bénard da Costa assurge a questo proposito quale vita essenzialmente cinematografica e cinema fondamentalmente vitale, segno di un'altra irriducibilità sostanziale, quella, appunto, tra cinema e vita; João Bénard da Costa, infatti, scopre il cinema e per diciotto anni lavora al museo del cinema di Lisbona, oltre a collaborare con registi del calibro di Nicholas Ray e Manoel de Olivera, e lo scopre dopo la pittura, il cinema, pittura che per da Costa significava sempre l'ombra della morte. Perché l'ombra della morte? L'arte non è l'aldilà, non c'entra nulla la trascendenza. L'arte porta l'immanenza della vita in un aldilà che abolisce la morte, perché la morte sta sullo stesso piano d'immanenza della vita, che supera la morte diventando "una vita". Quel teschio era di un uomo, rimanda alla vita di quell'uomo; l'arte è il complemento di quel teschio: l'arte, che è nella vita, rimanda alla morte: un unico piano d'immanenza, non vita o morte ma vita e morte. Sarebbe sbagliato, a questo proposito, considerare la vita di da Costa come una vita data o, peggio ancora, sacrificata al cinema, poiché in effetti non è così: da Costa vive il cinema, e secondo lui vivere per il cinema non significa abolirsi per divenire-cinema ma scoprire l'anima essenzialmente cinematografica della vita. Vive perché c'è il cinema, e il cinema vive della sua vita. È un processo per certi versi spossessante, senz'altro meraviglioso e tanto commovente quanto estemporaneo, poiché lì, allora, non si tratta più di fare la rivoluzione, di ripensare il cinema, farlo progredire attraverso nuovi linguaggi filmici, tant'è che, a tal proposito, la dimensione del museo assume connotati specifici proprio in quanto legittima una vita del passato, un presente che si manifesta come passato. Per certi versi, è lo stesso discorso che Benning fa in Natural history (Austria, 2014, 77'), ma che Mozos piglia da una prospettiva completamente diversa; infatti, il discorso di Benning è più vicino a quello di da Costa, mentre invece Mozos procede altrimenti: se la vita è il cinema e il cinema è la vita, Mozos si trova con un film già fatto, che appunto la vita di da Costa, quindi perché filmarlo, perché registrarlo? Mozos non usa il cinema come un oggetto né come un mezzo. Per Mozos il cinema è fondamentalmente un dispositivo. È come una torcia, che non vale di per sé ma per il fascio di luce che proietta, e il "c'è" cinema di Mozos è appunto ciò che fende il cinema facendone proliferare la vita di da Costa, che, una volta fesa, farà proliferare quel cinema che João Bénard da Costa: Outros amarão as coisas que eu amei è. Non si tratta, dunque, di scoprire un cinema già dato, di rispolverare il passato: Mozos guarda Costa guardare Dreyer. Il punto è manifestare un cinema originale che vada all'originario, e questo è João Bénard da Costa: Outros amarão as coisas que eu amei, un evento che fa proliferare quanto è trascorso, il cinema-vita di da Costa, che allora può accadere nuovamente proprio in vece di un film che seziona il cinema e la vita e fa incontrare di nuovo questi termini, come non era mai accaduto - per i posteri, ovvero i presenti.

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