La lapidation de saint Étienne (La lapidació de sant Esteve)


«Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo, che sta alla destra di Dio.» Sono, queste, le ultime parole di Stefano promartire, prima della sua lapidazione. Vi si respira un senso mistico di contemplazione, dell'estasi più estatica che un essere umano, alla soglia della vita, possa provare: nessuna trascendenza, solo la percezione di ritrovarsi improvvisamente al limitare di qualcosa e di inglobare così, in un unico punto, che è ovunque, cose che si pensano differenti e disgiuntive, come l'umano e il divino, la vita e la morte. Forse è per questo che la Chiesa non è mai riuscita ad istituzionalizzare un santo come Stefano e che la memoria di quest'ultimo passi invece per il tramite di Rembrandt, quindi di Pere Vilà i Barceló, che con La lapidació de sant Esteve (Spagna, 2012, 80') compie davvero un gesto epocale nei confronti del cinema e in particolar modo nei riguardi di quello che si è soliti definire cinema contemplativo; la pellicola, infatti, non solo si erge su un minimalismo che sottende un lavoro di sottrazione come raramente, forse solo in qualche pellicola di Portabella, si è riusciti a palesare sullo schermo, ma il regista, nel corso del minutaggio, fa di tutto per farlo implodere, questo minimalismo, chiosandolo e puntellandolo con suoni extra-diegetici o piani che da campi lunghi, atti a sottolineare la solitudine del vecchio protagonista, divengono primi e primissimi piani di quest'ultimo. La storia, del resto, è delle più semplici, e come tale gravida di implicazioni che stanno a metà strada tra la metafisica e l'umano, sfociando così nell'etica più pura: è la storia di un vecchio, che vive da solo nel suo appartamento, assillato dalla padrona di casa, dai servizi sociali e da una vecchiaia che inizia a prendere una strana quanto inquietante forma. Attorno a lui, l'estrinsecazione di una vita per mezzo di oggetti che solo una mente ottusa o psicanalitica o, più probabilmente, entrambe le cose potrebbe considerare come ciarpame, sintomo di una personalità da accumulatore seriale; al contrario, questi oggetti non sono che l'oggettivazione del tempo che quel vecchio ha vissuto - e guardarli significa proiettarsi in essi, in se stessi, in una dimensione che è impermeabile allo sguardo dello spettatore come i discorsi fatti nel capolavoro di José María de Orbe, Aita (Spagna, 2010, 85'), col quale pure La lapidació de sant Esteve vanta qualche nota in comune. Così, pian piano, tutto si profila su un'altra dimensione, che come nel caso di santo Stefano, non è una dimensione trascendente ma è la più profonda verità di una condizione che, pur essendo immanente, è sotto la soglia di percezione di tutti: è la vita, quel tempo vissuto di cui parlava Minkowski e che, alle soglie della morte, Améry ha saputo descrivere in maniera netta e commovente, perché allora tutto viene infuso da una luce diversa, più tragica per certi versi e più lucida per altri, com'è - per esempio - nel caso della cura, che anziché palesarsi come un aiuto o un supporto si dimostra invece per ciò che effettivamente è, ovvero un atto di soggiogamento, di controllo, un atto abusivo com'è ogni atto di potere che s'istituisce emendandosi, mistificando le proprie ragioni e, di fatto, la propria essenza. I suoni, in questo senso, coacervano elementi altrimenti impercettibili, permettendo allo spettatore di cogliere quest'altra dimensione e di appoggiarvisi con lo sguardo come santo Stefano poco prima della sua lapidazione: fulmineamente ma sensibilmente e profondamente, quasi per sbaglio, forse per intrusione, senz'altro in maniera genuina, così genuina da rivelarsi improvvisamente panteistica e destituire la soggettività, ormai spersa nell'ambiente, nell'universo, in connessione con tutto. E c'è una solitudine terribile, nel sentirsi ovunque, e qualcuno potrà ben dire che sia un'esperienza fondamentalmente schizofrenica, ma non questo il punto, perché ciò a cui porta il capolavoro di Pere Vilà i Barceló non è altro che la consapevolezza di una fragilità esistenziale che, però, è tutto fuorché assurda, e anche la solitudine, in fondo, non è poi cosa tanto triste, se la si pensa come costitutiva di quel tempo vissuto che ci inerisce, che a conti fatti siamo.

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