Mother Earth Breathing: The Garden



Mother Earth Breathing: The Garden (Olanda, 2014, 56') si compone di riprese realizzate nell'arco di un anno all'interno di un giardino olandese. Qui, il respiro di Madre Terra diventa qualcosa che va al di là del biologico ed è in effetti ciò che si concretizza nel bokeh; Sara van der Heide, infatti, non si limita a ridare, a restituire un oggetto floreale, sempre colto in primo piano, ma fa di quest'oggetto una via per differire a ciò che, pur stando più in là, lo permea e lo connatura; ed è il bokeh, appunto, regno di questa natura che non può emergere se non in differita, attraverso un atto intuitivo che, cogliendo il fiore o l'insetto, va al di là del fiore e dell'insetto per cogliere quella genesi universale che non si arresta al fiore o all'insetto ma semplicemente li dà e prosegue, incessante, nel suo fluire. Si potrebbe parlare, con Bergson, di un'evoluzione creatrice, ma il punto non è questo e non ha poi così molto a che vedere con la botanica; il fatto è che Mother Earth Breathing: The Garden è un film eminentemente cinematografico, nel senso che è palese, in esso, come la regista pensi per immagini, blocchi di tempo, e non per concetti (e da qui tutto l'insegnamento deleuziano da cui ciò deriva), il che significa che, sì, c'è effettivamente una botanica, una natura, un'evoluzione creatrice, ma questa botanica, questa natura, quest'evoluzione creatrice sono termini che vengono spogliati della loro potenza concettuale per acquisire un'altra potenza, che è appunto estetica, fotografica, cinematografica, tant'è che si potrebbe - almeno per certi versi - evitare di parlare di termini e concetti e riferirsi esclusivamente ad immagini; sono le immagini, infatti, a decretare tutto questo, ed è l'immagine in quanto spossessata di un oggetto in primo piano, che ha quindi soltanto la funzione di rinviare al bokeh, il quale, a sua volta, è come se dal fondo da cui emerge sopravvenisse in primo piano non solo per permeare l'oggetto floreale ma anche e soprattutto per saturare l'inquadratura. È un mirabile esempio di come il cinema ritrovi in se stesso ciò che la filosofia ritrova in se stessa, ciò che la botanica ritrova in se stessa. Cosa ritrovano? Ritrovano l'élan vital di cui parlava Bergson o, il che è lo stesso, il bokeh così come l'usa la van der Heide. Élan vital e bokeh, infatti, sono due facce della stessa medaglia, ma derivano da campi di ricerca diversi: l'uno filosofico, l'altro cinematografico. E il punto è che così come Bergson arrivato all'élan vital attraverso un apparato specificamente filosofico, così la van der Heide, lungi dal derivare dalla filosofia o dalla botanica un'immagine che faccia da didascalia a concetti che le sono estranei, crea un'immagine che sussiste di per sé e ha come oggetto qualcosa di proprio, di specifico, di cinematografico; tuttavia, pur non derivando dalla filosofia, l'immagine della van der Heide arriva allo stesso punto in cui è arrivata certa filosofia, e il miracolo che così ci si presenta è proprio questo: l'univocità del panteismo, che può essere declinato in molti modi ma che di fatto rimane unico e indistinto. È il bokeh, per l'appunto, che permane al di là di tutto: «The end, the beginning», l'eterno rinnovarsi delle cose non è dato dalla natura delle cose stesse ma dal fatto di essere appunto sorte da qualcosa che persiste, è ad esse irriducibile e non muore, permane indistintamente. Il bokeh dà la vita, e c'è solo il bokeh. Solo la sostanza spinoziana, l'élan vital bergsoniano da cui fluttua la vita; senso panico.

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