Natural history


Finisco di tremare, fisso lo schermo vuoto del computer. Cos'è successo? L'impressione è quella di essere stati testimoni di un'apparizione, di aver assistito a un evento. Ma è così? In effetti, è solamente finito un film, peraltro di James Benning, quindi devo calibrare bene le emozioni e riannodarle ai pensieri per non travisare e cercare quindi di essere onesto, meglio sarebbe anche schietto. Dunque, Natural history (Austria, 2014, 77'). Natural history si discosta di parecchio dalle ultime ultime opere del regista* e si riallaccia anzi a ciò che era stata la sua produzione precedente** (colla quale comunque mantiene le distanze), eppure non si calibra come un ritorno alle origini e la sensazione è piuttosto quella di un ritorno delle origini, come del resto la stessa materia filmica, al di là della forma, pare suggerire; ci troviamo infatti in un museo di storia naturale, e subito, sin dalle prime inquadrature, si percepisce questa cosa del tempo, della temporalità che riporta alla mente le parole che Benning spese in Double play: James Benning and Richard Linklater (USA, 2013, 69'): «Come stavo dicendo l'altra volta, durante la proiezione, io sono davvero interessato a quest'idea di tempo in sé: c'è un passato, c'è un futuro e noi siamo sempre in questo punto, che è il presente ma che non ha una dimensione, quindi nulla può essere compreso. Tutto quello che capiamo è attraverso la memoria; attraverso i sensi non puoi capire, puoi solo ricordare. C'è una linea temporale, e tu non puoi muoverti, non puoi andare nel futuro: puoi solo ricordare il passato». Più che di tempo, bisognerebbe però parlare di temporalità, ed è l'ambiente stesso a suggerirlo; Benning, infatti, apre Natural history in maniera piuttosto didattica, con un'inquadratura di contesto, per poi alternare immagini di animali morti, fossili, vasellame, libri, teschi umani e uffici: tutti si trova preso nella morsa del tempo, non solo passato e presente ma anche ciò che, con la sua aurea di tecnologia asettica, suggerisce il futuro, l'avvenire. Non c'è scampo, solo tempo. E un tempo che, peraltro, mastica anche l'immagine cinematografica in quanto tale, non solo ciò che essa registra, e così crea un ritmo, facendo trascorrere ora un'inquadratura di qualche minuto ora un'altra di pochi secondi, ed è un ritmo biocosmico, quello che va infine a instaurarsi a livello filmico, perché appartiene a quella temporalità ineluttabile che è condizione di possibilità di ogni ente, della sua vita come della sua morte. Morte, però, non significa scomparsa, e questo perché il tempo di Natural history è appunto la temporalità, non il tempo, sicché si assiste a questo perdurare, a questo insistere dell'ente che non è un'abolizione della morte bensì una sua effettuazione. È che la morte s'insinua ed ha con ciò tutto il carattere dell'ingiustizia ineluttabile, perciò la si interpreta come un punto definitivo; tuttavia, a livello fenomenologico, la morte è tutt'altro che un che di definitivo, e anzi per il fatto stesso di essere improvvisa (ineludibile, sì, ma anche sconosciuta in quanto data del calendario) essa è continuamente superata dai nostri desideri, che nel momento stesso in cui si pongono vanno al di là di essa, non la tengono in considerazione. Ora, cosa fa la morte? Realizza una vita (immanenza): «A teatro la discesa del sipario invita lo spettatore a rientrare a casa, altrimenti egli non saprebbe che lo spettacolo è terminato. Nella vita è la morte che prende il posto del sipario, è la morte che segna la fine e non, come si potrebbe credere, nel senso che interrompe una vita che mi è data, ma nel senso che apporta con sé la nozione di una vita, nozione che riunisce in una sola unità sintetica tutto ciò che ha preceduto questa morte. Di fronte alla morte vedo sempre tutta una vita erigersi davanti a me e questo anche quando ignoro tutto di colui al quale ha messo fine l'esistenza»***. Il museo di storia naturale sorge in quest'ottica, esso cioè moltiplica la morte per mostrare una vita, e in questo senso è del tutto legittimo per il cinema entrare nel museo di storia naturale, in accordo anche con quanto sosteneva Bazin in Morte ogni pomeriggio****, poiché lì il cinema non rappresenta la morte ma registra la vita, una vita, prima del tempo al di là del tempo. Ciò gli è possibile, come si sarà ormai intuito, grazie alla temporalità, che non è il tempo. Nel tempo, il cinema semplicemente non è. Siamo noi, nel tempo. La nostra vita è nel tempo. La temporalità, al contrario, è ciò che è al di là del tempo: una vita, virtualità inattuabile e comunque presente, anzi eterna in quanto impossibile da reificare temporalmente in un atto. Possibile che emerge e non smette di emergere, senza mai essere emerso del tutto ed essere divenuto atto, passato nel momento stesso in cui entra nel tempo e si fa presente, istante trascorso. Si può notare a questo punto un forte parallelismo che intercorre tra Benning e Ozu, specie gli interni svuotati di Ozu, che assomigliano più a nature morte che a spazi vuoti*****; la natura morta, infatti, è la temporalità, poiché tutto ciò che muta è nel tempo, mentre invece il tempo in quanto tale, ovverosia la temporalità, non cessa di non cambiare: c'è un solo e unico tempo (temporalità), che non muta ma rimane sempre identico a sé, e ci sono poi gli enti che nel tempo scorrono, mutano, fluiscono. E sta qui la grandezza, l'enormità del progetto di Benning: far sussistere il cinema come temporalità autentica e, al di sotto di esso, mostrare come il tempo agisca ma anche come, agendo, formi ciò che il cinema è, quindi la temporalità. In effetti, il tempo agisce sulle cose e la mdp di Benning cattura il mutare delle cose******, l'azione del tempo su questi oggetti, che via via mutano grazie al montaggio (che è ritmico, e per ciò si discosta dai montaggi dei film precedenti), di cui qui Benning torna a servirsi in maniera massiccia, ma c'è qualcosa che non cambia e che è il correlativo cinematografico della temporalità: esso è il film, Natural history, che appunto è tale perché inquadra il mutare delle cose, raccogliendone la vita, e non muta ma rimane sempre lo stesso, è sempre lo stesso film, che agisce sull'inquadratura come il tempo agisce su oggetti, cose, persone. Ecco la scoperta di Benning: la temporalità sta al tempo come il film sta all'inquadratura. E il cinema? Troppo facile sostenere che il cinema stia al film come la temporalità stia al tempo, e il discorso di Benning lo permette, senz'altro, ma solo in minima parte; di fatto, a Benning non interessa, gli basta che il film stia all'inquadratura, non sembrano interessarlo i discorsi estensivi, per cui tanto è più grande l'insieme tanto vale trovare un correlativo maggiore a un termine di riferimento maggiorato rispetto il precedente. Tutt'altro. Il discorso che così verrebbe fuori sarebbe tecnico e tecnicistico, e Benning va in un museo di storia naturale, quindi dove la morte, la vita, il tempo, la fragilità e la persistenza delle cose si penetrano e si compenetrano in una strana alchimia vitalistica. Ed è la vita, il punto, la chiave di volta, quella vita che muta e che il cinema coglie in maniera così lucida da apparire inquietante e paradossale al contempo, perché il cinema, in se stesso, non muta, mutano i film, le forme in cui viene fatto, i dispositivi che si utilizzano e via dicendo, ma il cinema non cambia, ed ecco così formularsi all'orizzonte l'equazione definitiva, che in un certo senso corona tutto un secolo di cinema e tutta la vita che ha avuto e avrà origine in qualsiasi parte dell'universo, quella vita che il cinema non si limita a raccogliere e a registrare ma la possibilizza, la eternizza, la virtualizza: la temporalità sta al tempo come il film sta all'inquadratura come il cinema sta alla vita. Sembrerà banale, ma è così - e forse ora almeno non sembrerò un fesso o uno che trema se mi permetto di scrivere che Natural history è in effetti il capolavoro assoluto della storia del cinema: il suo compimento, la sua apocalisse, la sua vita finalmente eterna.



* Si pensi a BNSF (USA, 2013, 193') e a Nightfall (USA, 2013, 98'), e si consideri, in esse, la preminenza dell'inquadratura fissa e unica; ma anche a Stemple pass (USA, 2013, 121'), dove l'inquadratura è effettivamente unica ma varia di tono o grado.
** Penso soprattutto a One way boogie woogie (USA, 2011, 90'), RR (USA, 2007, 111') e Ten Skies (Germania, 2004, 102').
*** Eugéne Minkowski, Il tempo vissuto.
**** «Come la morte, l’amore si vive e non si rappresenta.»
***** «Uno spazio vuoto ha valore innanzitutto per l'assenza di un contenuto possibile, mentre la natura morta si definisce per la presenza e la composizione di oggetti che si avvalgono in se stessi o diventano il loro proprio contenente.» (Gilles Deleuze, L'immagine-tempo)
****** «Il cinema è la morte al lavoro», diceva Cocteau.

8 commenti:

  1. Ciao! Complimenti per la riflessione, ma anche per tutto il tuo lavoro sia sul blog che sulla pagina Facebook. Non ho ancora visto "Natural History", ma da come ne scrivi sembra magnifico. Mi sorprende però che tu non abbia citato "Nightfall", avrei un paio di domande da farti: parlando di "Nightfall" hai affermato che in questo caso lo spettatore è collocato dentro al bosco, quindi partecipe di un evento situazionale ed immanente, perciò di fatto il tempo reale e quello del cinema coincidono. "Nightfall" è probabile che ci inserisca nell' istante, annullando così il passato e il futuro di cui parla Benning. La memoria secondo te che ruolo ha in "Nightfall"? Cioè in realtà i teschi, gli animali morti etc, sono cristallizzati nel tempo grazie alla morte, ma per noi che li vediamo essi significano la memoria, senza questi oggetti il tempo non potrebbe sussistere. La forza di "Nightfall" secondo me sta in questo: la contemplazione di oggetti sempre uguali, che non permettono il ricordo in quanto sempre attuali. Come potrebbero essere conciliate le due visioni di tempo, o di temporalità a questo punto, che Benning ha in questi due film in relazione alla memoria? Probabilmente sbaglio in qualche punto, però mi interesserebbe una tua opinione. :)

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    1. Hai ragione, avrei dovuto citarlo. Altri paralleli mi son venuti in mente, ma allora non si sarebbe più finito e, insomma, il fulcro della riflessione si concentra su quanto ho scritto. A ogni modo, non credo che ci sia un tempo reale e uno cinematografico, quantomeno in Benning: coincidono sempre. (Ma di per sé anche in un film hollywoodiano: il tempo del film è lo stesso che spendo a vederlo, visto che non c'è rappresentazione ma solo registrazione e, quindi, il tempo reale del cinema è di fatto la riproduzione di quanto registrato, non di quanto rappresentato.) In questo senso, la memoria credo s'innesti nel cinema di Benning così come si innesta quotidianamente: non è che ricordo qualcosa perché l'ho vista una seconda volta, è che la vedo una seconda volta perché la ricordo; il cinema viene così a essere - almeno secondo me - qualcosa che non ha memoria (chi ha memoria dei teschi, nel momento in cui risalgono a un tempo prima di noi? Al massimo, i teschi possono ricordarmi la morte di un mio parente, che però non è il teschio registrato, è un al di là cinematografico che il cinema dischiude e che comprende la mia persona) ma che la permette, a seconda dello spettatore.

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    2. Certo, il tempo che spendo per vedere un film è quello che trascorre nella realtà, almeno per ora funziona così in futuro chi lo sa. Però secondo me la forza del cinema di Benning risiede in questo: si oppone al tempo concepito da un film Hollywoodiano. Hitchcock ha la pretesa di costruire un tempo non reale per esempio, poichè legato ad un racconto. Il discorso è comunque molto lungo è complesso. Impossibile da affrontare in questa sede. Inoltre personalmente non credo di avere ancora un' idea precisa in merito. Ritornando a Benning, il suo cinema riesce a metterci in crisi ogni volta, ed è stupendo. Grazie per la risposta, continua così, saluti.

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    3. Grazie a te per le belle parole, sei molto gentile. A ogni modo, finché si concepisce il cinema come rappresentazione, indubbiamente il tempo cinematografico è legato al racconto, ma se si andasse un po' più a fondo e si vedesse nel cinema nient'altro che un apparato registrativo le cose sarebbero diverse, e Benning si opporrebbe ancora al tempo del cinema hollywoodiano, ma in altra maniera, forse addirittura più tragica.

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  2. Sembra magnifico, complimenti a te per l'interessantissima disamina.
    Sapresti indirizzarmi al luogo adatto per recuperare questa gemma?

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    1. Domani lo potrai trovare qui: http://theartofvisionganz.blogspot.it

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    2. Grazie mille.

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