New Hefei


Si conoscono ormai abbastanza bene le pellicole sull'industrializzazione e l'urbanizzazione cinesi: non solo Sniadecki ha dedicato a questi temi due film incredibili, Demolition (Cina, 2008, 62') e The iron ministry (Cina, 2014, 82'), e Wang Bing, in pratica, c'ha costruito sopra una carriera (si pensi alle due opere capitali del regista, ovverosia Il distretto di Tie Xi (Cina, 2003, 556'), e Crude oil (Olanda, 2008, 840'), dalle quali in un certo senso tutte le altre discendono), ma anche diversi altri registi, che magari non toccano direttamente l'argomento, come invece fa il Lixin Fan di Last train home (Canada/Cina/Inghilterra, 2009, 87'), si trovano a doverci infine fare i conti (penso alla bravissima Lixin Fan, che col dittico Oxhide (Cina, 2005, 110') e Oxhide II (Cina, 2009, 133'), ha dato un'ottima prova di cosa sia la Cina sul corpo dei cinesi). Nello scenario così delineato, il cortometraggio di Hannes Böck, New Hefei (Cina, 2008, 10'), emerge con prepotenza e si palesa come una delle opere più interessanti sulla questione. Di fatto, si assiste al vagare, alla bal(l)ade di un ragazzo nell'Hefei che è diventata - e cos'è diventata Hefei? Una città vuota o per meglio dire svuotata, quasi un paese fantasma. Vicinissimo al finale de L'eclisse (Italia, 1962, 126') di Antonioni, New Hefei ha la stessa propensione verso il non-figurativo, che è davvero il vuoto, quella presenza dell'assenza che abbiamo visto delineare un altro capolavoro cinese, Here, then (Cina, 2012, 86'); anche qui, infatti, il vuoto viene a essere motivo di registrazione, catalizzatore di registrazione e registrato, ma è un vuoto ancora concreto, che trova proprio nella sua aurea più metafisica ed evanescente il segno (diciamo così) della propria materialità. Non è un caso, allora, se il regista tedesco scelga di appoggiarsi alla non-figurazione di matrice antoniana e alla bal(l)ade che era ad essa immanente, poiché è giusto così che viene rapportata all'idea di fantasma, di scomparsa, di apparizione (quella del camminante) che porti a far trasparire quell'invisibile altrimenti inguadrabile che è la città di Hefei, una dimensione più propriamente cinematografica, che è appunto quella che ritrova in se stessa la capacità di far emergere, di portare alla soglia d'attenzione campi d'intensità altrimenti impercettibili. Il risultato è dei più sorprendenti, e lascia afasici, sì, ma solo per un po', perché alla fine si ha come una strana sensazione, che non è proprio quella di scomparire ma di abitare un limbo nel quale ci si trova come smaterializzati, vacui.

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