People's park



Una lenta carrellata verticale trascorre dai rami d'un albero a un nugolo di persone che ballano, quasi a voler legare il cielo e la terra, la stasi e l'azione, il silenzio e la danza. E poi? Poi è tutto un immenso piano-sequenza, perché tutto è effettivamente legato, collegato, e i sinuosi movimenti, cui Sniadecki già ci aveva abituati con The iron ministry (Cina, 2014, 82'), si rifrangono in quello che è People's park (USA, 2012, 78'), ovverosia uno spazio, ma uno spazio in movimento, che emerge dalle persone e dai loro movimenti, i contorni che segnano il limite e li attraggono verso l'ambiente circostante, del quale partecipano perché ne sono parte integrante. Ed è di nuovo la Cina a offrire il palcoscenico per un'esperienza simile, come già lo era stata per Yumen (USA, 2012, 65') e, ancora prima, per Chaiqian (Cina, 2008, 62'), ma è come se qui il palcoscenico fosse più un luogo attrattivo che un ambiente di rappresentazione, perché la rappresentazione - di nuovo - non c'entra nulla, e le persone che man mano vengono riprese agiscono sull'obiettivo e, quindi, sullo schermo come nuclei energetici che decentrano continuamente il focus, perché non c'è un focus, anzi il focus è perennemente dispersivo e tutta l'esperienza che People's park permette è per questo un'esperienza fattualmente vitale, aderente a quella vita che, appunto, non ha un centro né un fine, tantomeno una fine. La scelta del piano-sequenza, dunque, restituisce perfettamente quest'idea, quest'impressione di dispersione e decentramento, componendo un quadro che va sempre oltre se stesso, in continua formulazione, mai individuato ma sempre invidualizzantesi; la particolarità del piano-sequenza, infatti, è quella - più volte sottolineata dal Deleuze de L'immagine-movimento - di comprendere in sé contemporaneamente tutte le sezioni di spazio, dal primo piano al campo lungo, ma non ha perciò in minor modo un'unità che permetta di definirlo come un piano, e quindi l'unità del piano è data dal legame diretto tra elementi presi nella molteplicità dei piani sovrapposti che cessano di essere isolabili, dal rapporto che intercorre in profondità tra parti vicine e lontane: in People park's non c'è né un'unità né un molteplice bensì una molteplicità, ed è proprio l'impossibilità di una conglomerazione dei disparati, degli eterogenei a decentrare, a rimandare, a suggerire e, quindi, ad ampliare un piano spaziale che non si compone, però, della molteplicità in sé ma è da essa soltanto invocato. Si ritorna, così, all'idea, eminentemente sniadeckiana, del movimento della mdp come creatore di spazi o, meglio, come registratore di spazi altrimenti impercettibili o percepiti come già saturi (il glorioso piano-sequenza tra le gambe del treno affollato in The iron ministry, qui anticipato tra i danzanti), quindi la possibilità di concepire in maniera nuova e originale non soltanto il rapporto tra cinema e spazio ma anche - e soprattutto - quello tra lo spazio e l'ambiente, come peraltro accadeva in Foreign parts (Francia, 2010, 82').

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