Prison System 4614 (Haftanlage 4614)



I film di Jan Soldat* sono così, prendere o lasciare, ma è proprio perché sono tutti così che bisogna prendere o lasciare in maniera onesta, perché Jan Soldat non richiede che questo: onestà. Quell'onestà con cui si approccia a girare, guardare la realtà da documentare e via dicendo, quella stessa onestà che ogni suo film sprigiona nel corpo dello spettatore non appena questo si alza dalla sala o rimane seduto, basito, a fissare lo schermo. Haftanlage 4614 (Austria, 2015, 60') è un po' la chiosa del percorso finora fatto da Jan Soldat ed è forse anche la sua opera più convincente e ambiziosa, sebbene in apparenza possa sembrare che non si discosti poi molto dai lavori precedenti; l'oggetto, infatti, continua a essere quel BDSM-lager in cui gli ospiti diventano prigionieri che vogliono essere torturati per ricevere soddisfazioni sessuali, e in un certo senso verrebbe da pensare a quell'umanità descritta dal Seidl di Im keller (Austria, 2014, 82'), ma c'è una differenza tra Soldat e Seidl, ovverosia il fatto che Soldat non si tira indietro, non mostra una realtà rispetto alla quale è giudice trascendente (insomma, non è lo stronzo che è Seidl, per capirci) ma, con la sua mdp, entra nella realtà e ne fa parte, la descrive come ambiente e inscrive quell'ambiente sul corpo-cinema che diventa così un che di situazionale e spaziale, da abitare ed esperire. È un cinema onesto, e sta qui tutta la sua carica eversiva, nel fatto stesso cioè di essere semplice registrazione - semplicità che dà appunto alla registrazione un carattere d'efficace che la designa quindi come produttrice: Haftanlage 4614 non è che questo, una registrazione efficace, ovvero una registrazione che produce effetti, una registrazione produttiva. Cosa produce? Null'altro che se stessa. Da una parte, infatti, abbiamo il cinema come macchina di registrazione, d'altra parte il cinema come macchina per riprodurre questa registrazione fino a fenderla e far proliferare gli enunciati-immagine che ha catturato. Lo spettatore non tenta più una visita nel BDSM-lager come le vecchiette di Der Besuch (Germania, 2015, 5'), ma è il BDSM-lager stesso che diventa ambiente e situazione, elementi che agglutinano lo spazio e lo saturano, rinchiudendo lo spettatore nella galera sadomasochista così effettuata: strangolamenti, frustrate, denudazioni, soffocamenti e quant'altro vengono dunque perpetrati o, meglio, finiscono per inscriversi sul corpo dello spettatore, ed è su esso che proliferano i segni. Cosa può il cinema?

* Jan Soldat mi ha comandato di non inserire fotogrammi della pellicola che mostrassero le facce dei protagonisti, per cui questa recensione farà a meno dell'apparato figurativo che di solito segue i miei scritti.

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