Self-portrait as a dead stick insect (Portrait atzmi kemaklon met)



Un anno dopo Still life (Israele, 2013, 18'), Chen Sheinberg realizza, in stretta connessione col lavoro precedente, questo piccolo lavoro d'intenso ed entomologico minimalismo, che rievoca il naturalismo di Percy Smith, peraltro ben accompagnato dalla musica dei The residents, e dove tutto è sottratto e statico e si respira un'aria che sa da requiem e che proprio in questo trova la sua più profonda essenza estetica. L'oggetto stesso di Self-portrait as a dead stick insect (Israele, 2014, 3'), del resto, ben si presta a una simile operazione, e l'oggetto non è di per sé la morte quanto piuttosto il corpo che la incarna, questa morte - ed è il corpo dell'insetto stecco, fotografato più che ripreso, quasi messo in vetrina; Chen Sheinberg, infatti, opera come Chris Marker, fotograficamente, poiché il movimento è ciò che è proprio del cinema e della vita e fare del cinema una meditatio morte significa privarlo della sua più intima specificità. Così, il cortometraggio diventa un ritratto, un'immagine da esposizione che è l'immagine stessa di un'assenza presente, virando infine verso il grottesco quando la dissolvenza interpone l'insetto all'uomo per tramite di una comunicazione funebre che è comune ad entrambi. Insomma, cosa fa Sheinberg? Nient'altro che questo, ovvero privare il cinema di quella meditatio vitæ che lo fonda e con cui si confonde, traslandolo così in un territorio che non gli appartiene e che declina differentemente le sue più intrinseche potenzialità: non più cosa può il cinema ma cos'è, in tutta la sua tombaria staticità, privo di se stesso - ed è un gesto importante e meraviglioso al contempo, quello che così si effettua, poiché di fatto espleta il cinema come praxis, come etica, e per ciò noi vi ripone tutte le nostre speranze, tutte le nostre aspettative, tutta la sua fiducia, che - come dimostra Self-portrait as a dead stick insect - è incrollabile poiché non è mai stata tradita, visto e considerato il fatto che, laddove il cinema tradisce, di fatto si tradisce e diviene altro: «Et eius sapientia non mortis sed vitae meditatio est»*.


* Baruch Spinoza, Etica.

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