The end of an age (O fim de uma era)


O fim de uma era (Brasile, 2014, 73') è qualcosa di difficile definizione, e questo perché è di fatto una celebrazione. Cosa fanno Safadi e Pretti? In buona sostanza, museificano. Il film stesso non appare che come un making-of, e con ciò protrae indefinitamente, differendosi di continuo. Non che l'oggetto su cui si focalizza sia peraltro indotto a non emergere; piuttosto esso emerge - ed emerge con una certa costanza, con una specifica potenza - ma è come se si schiantasse con l'involucro filmico che, nella forma del making-of, tiene nelle proprie maglie quest'oggetto, che altro non è se non l'amore, ormai indiscernibilmente legato al cinema, compresso in esso, e in effetti O fim de uma era non è che questo: un rito di passaggio ma già avvenuto, qualcosa che c'è stato ed è stato importante ma che ora troviamo come già trascorso e trascorso mentre noi eravamo impegnati a fare altro. È la fine dell'amore, e solo in quanto fine l'amore può entrare nel cinema, aggregarvisi, cinematografarsi. Il già accaduto, il trascorso riceve così dal cinematografo una sorta di cristallizzazione, quasi che l'elemento passato - in questo caso l'amore - trascorresse sul corpo-cinema come una sorta di germe che fa poi cristallizzare, proteiformare e via dicendo il cinema nel film specifico. La scelta del film-saggio, che inevitabilmente ricade nella forma del making-of, sembra dunque precedere questo stato di cose, e mostrare la frattura, il crampo in cui l'amore non è finito ma sta per finire e il cinema non è iniziato ma sta per iniziare: «Ho visto un falso ordine sfilare davanti a me, e la gente che gli obbediva con fede incrollabile, quando nei fatti quell'ordine era completamente casuale e arbitrario. Anche l'amore che sento per mio figlio è arbitrario. Ho lasciato andare tutto. Cammino per la strada, prendo l'autobus e vedo facce mesmerizzate, prive di vita. L'intera città è stata costruita con tonnellate di codardia. Ma nel profondo di essa, dove giacciono la miseria e la disperazione, lì giace anche il dolore. Un dolore trasformativi e liberatorio. Dentro le case più miserabili della città, la gente vive con la morte. Bevono caffè e dormono con essa. La morte non è del tutto arbitraria. Essa richiede una resa completa: è una compagna fedele». Ecco, allora, che in quel crampo, in quella frattura qualcosa di produce per differenza, una ripetizione scatta fuori dalla serie e fa emergere qualcosa di nuovo, una qualità che determina la fine dell'amore e l'inizio del cinema. È lo spazio della morte, almeno nei termini in cui ne parlava Blanchot. Ma la morte come motore immobile del CsO*, nel quale andranno poi a prodursi i differenziali, le sintesi disgiuntive e via dicendo. Lì accade tutto, c'è l'evento, ma è probabile che anche questo evento accada senza che noi ci se ne accorga e si debba così ricostituirlo in forma museificata: l'amore richiede il cinema, ma il cinema cosa richiede? Safadi e Pretti non rispondono a questa domanda, e probabilmente O fim de uma era è un atto di resistenza appunto per questo, perché non presenta il cinema come museificato in un film finito, in un prodotto commerciale che contiene in sé del cinema come qualcosa di morto o moribondo ma va lì dove esso si produce, tenta il making-of, di registrare la vividezza e la sua gioia, la sua vita così terribilmente vibrante. Certo, l'amore muore e il cinema sorge, ma la partita si gioca tutta qui e, di fatto, non accade che questo, ovverosia che, sì, il cinema richiede la morte dell'amore ma giusto per poter sorgere sull'amore, per essere assolutamente un atto d'amore. 


* cfr. Gilles Deleuze & Félix Guattari, L'anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia.

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