The grocer (O manavis)


Lontano dalla Grecia di Lanthimos e dei suoi adepti, Dimitris Koutsiabasakos parte per un viaggio, ma meglio sarebbe dire che parte alla ricerca di un viaggio, perché il suo O manavis (Grecia, 2013, 81') è tutto fuorché formato, e per quanto, da documentario, si palesi con un certo obiettivo, quest'obiettivo non può che essere la formazione del documentario stesso, il che non significa viaggiare per viaggiare, in maniera del tutto estemporanea e borghese, ma viaggiare per fare un documentario e fare un documentario per viaggiare. Già, ma che documentario? e, soprattutto, qual è il viaggio, di che cosa si tratta? Inizialmente viene il sospetto che la vita di Nikis Anastassiou, un fruttivendolo che, con la moglie Sophia, compie lo stesso itinerario da ormai più di trent'anni, su per i montuosi sentieri delle SW Pindos, per consegnare frutta e verdura a villaggi che, altrimenti, ne sarebbero sprovvisti, sia il fulcro di tutto - epicentro del viaggio e soggetto del documentario - ma via via che il suo camion macina chilometri, è come se il signor Anastassiou scomparisse per lasciar posto a quelle vette finalmente raggiunte e alle persone che le popolano, una delle quali, intervistata, fa praticamente da chiosa all'intera pellicola: è Anastassiou l'eroe, ed è un eroe anonimo, che scompare e che non è benedetto, che attua il suo gesto di eroismo non appena scompare nell'abitacolo del camion o saluta dopo aver concluso una trattativa e aver rifornito di frutta e verdura una montanara. In questo senso, O manavis va al di là del soggetto e si ritrova sperdendosi, perché in effetti si annulla, come Anastassiou, nelle montagne, nelle genti di montagna e via dicendo - e in ciò si ritrova, il lungometraggio di Koutsiabasakos, ma solo a condizione di disseminarsi e di emergere in maniera diretta e spontanea da quei luoghi; si potrebbe, a questo proposito, richiamarsi al capolavoro di Aran Hughes e Christina Koutsospyrou, Sto lyko (Grecia, 2013, 74'), ma ancora non ci saremmo, poiché, sebbene i due documentari tentino effettivamente di disancorarsi dalla new wave greca che tanto intossica quella nazione, ripromettendo un cinema più diretto, autentico e onesto, al di là della patina vintage di un Avranas a caso, il film di Koutsiabasakos fa a meno anche di tutto quell'apparato estatico che faceva grande l'estetica di Hughes e Koutsospyrou, al posto del quale, invece, Koutsiabasakos opta per una macchina a mano, quindi nella realtà, partecipe, in modo tale non tanto da riprendere una certa situazione con occhio demoniaco e despotico ma proprio di ridarla, di restituirla di riflesso - il riflesso dell'obiettivo. E funziona, tutto ciò. Funziona terribilmente bene. Ma perché fondamentalmente onesto, spontaneo, si direbbe quasi diretto, se questo aggettivo al cinema non avesse una ben specifica connotazione. A ogni buon modo, è un gran film, ed è grande nell'attimo stesso in cui il cinema si fa risonanza di un eroismo silente, forse taciuto, esplodendo così di tutto un'umanesimo rinnovato che è al contempo (e indifferentemente) cinematografico e reale.

2 commenti:

  1. è reperibile da qualche parte in rete? ciao!

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    1. Ancora no, ma da quel che ho capito dovrebbe uscire in DVD, quindi basta pazientare un po'.

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