The port


The port (Nuova Zelanda, 2014, 17) connota sin da subito il cinema in una dimensione per certi versi atipica, ovverosia, appunto, quella portuale. Riprendendo i passi di un romanzo di Herbert George Wells, Gavin Hipkins sembra appunto essere interessato al cinema come viaggio, ma questa non è una banalità, perché la declinazione che Hipkins impone al cortometraggio è di natura particolare, tanto da risultare terribilmente interessante e affascinante. In effetti, se con Tarkovskij ammettiamo che il cinema sia l'arte di scolpire il tempo, allora il viaggio proposto dal cinema dev'essere un viaggio fondamentalmente temporale, il che non significa che il cinema dischiuda ere geologiche quanto, piuttosto, che mostri come effettivamente una certa località possa trovarsi ovunque: è la località della macchina da presa, ma anche quella dello spettatore cinematografico, che di fatto viaggia sul posto. Il suo metro non è il chilometro ma l'unità temporale, minuto o secondo che sia, e vien da pensare che questo sia in effetti l'unico viaggio possibile. Come si viaggia? Non si viaggia nello spazio, perché nello spazio le cose ci sono date: si viaggia nel tempo. Viaggiare nel tempo, però, non significa esplorare i secoli; significa, piuttosto, percepire la secolarità di un oggetto. Ecco, allora, che una certa montagna si presenta con diverse gradazioni di colore, a seconda dall'atmosfera che permea una data era. In questo senso, il cinema di Hipkins, che qui si dischiude a quello che poi sarà Erewhon (Nuova Zelanda, 2014, 88'), si rivela davvero un porto, ma perché il porto è il propulsore del viaggio: di là c'è il mare, attraente e inquietante, qui la spinta verso l'orizzonte che l'immagine cinematografica non muta mai, a differenza di ciò che accade in un viaggio spaziale, ma semplicemente fa apparire ora al tramonto ora all'alba. E siamo nuovamente al discorso etico: cosa può il cinema? Il cinema può questo, e soltanto il cinema può permettere un viaggio temporale. Il cinema è davvero la macchina del tempo, ma perché il cinema porta alla soglia di percezioni intensità che altrimenti ci sarebbero sconosciute: quella montagna è i venti che l'hanno erosa, i ghiacci che ha sopportato e via dicendo, ma noi abbiamo solamente l'immagine della montagna; è il cinema che può farci scorgere quei ghiacciai, quei venti, che nella montagna rimangono come attualizzazioni passate e che il cinema, inquadrando la montagna, effettua quali potenzialità presenti. E noi con esse.

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