The sixth season (Die Sechste Jahreszeit)



Se si volesse* considerare Die Sechste Jahreszeit (Austria, 2015, 36') un film porno, si potrebbe avere pure ragione nel farlo, a patto però di definire il porno e di mostrare dove esso sia presente nel film di Jan Soldat, che quest'anno se n'era già uscito con un film simile, Haftanlage 4614 (Austria, 2015, 60'), incentrato anch'esso, appunto, su BDSM-lager. Dunque, cos'è il porno? Naturalmente, ciò che può. E cosa può il porno? Guardare un film porno significa fondamentalmente assistere a una negazione, che ha carattere molteplice: non si guarda semplicemente due persone che scopano, non è per questo che molti trovano i porno eccitanti; al contrario, è proprio laddove manca qualcosa, dove viene abortito il desiderio che il porno funziona come tale, tant'è che in un certo senso si potrebbe definire il porno come ciò che taglia un particolare tipo di desiderio, ovverosia quello sessuale. Ora, i film di Jan Soldat sono tutti accomunati dal fatto di incentrarsi su questa dimensione del BDSM-lager, e il fatto è proprio questo, che essi si definiscono per variazione, per gradazione, non nella sostanza. Credo sia un aspetto abbastanza interessante del suo lavoro, che certo non può non rimandare al porno, al regista e all'attrice pornografica, che solitamente fanno porno e nient'altro. Eppure, i film di Jan Soldat non eccitano, non puntano all'eccitazione. Come si era visto a proposito di Haftanlage 4614, essi hanno altro da fare, ovverosia posporre lo spazio filmico nell'ambiente vissuto dallo spettatore mentre guarda il film. Perché? Non c'è nessun interesse cospirativo, sotto. Naturalmente, Jan Soldat non vuole farci soffrire né godere - almeno per via sessuale. Che vuole? Prendiamo Die Sechste Jahreszeit. Il documentario presenta un uomo, un contadino, che entra in un BDSM-lager, e il resto è lo stesso di sempre. Nessun interesse morboso, però: Jan Soldat va di moda all'IFFR e a Berlino. Dunque, dunque, dunque - perché? Mi rendo conto che andare avanti per domande non facilita né la lettura né la progressione del testo, ma è l'unico modo che ho per sostenere la mia tesi, ovverosia che ciò per cui i film di Jan Soldat risultano pornografici sta su tutt'altro piano di quello sessuale. Ritorniamo al porno. Il "c'è" del porno è una luce come il "c'è" linguaggio, ma questa luce abbaglia un piano differente rispetto a quello linguistico, ed è in buona sostanza quello sessuale: abbiamo detto che il porno designa una mancanza, funziona per interruzioni, e questa luce è proprio ciò che fa mancare, che fa saltare l'ingranaggio del desiderio. Che desiderio? Quello borghese. Non si tratta di fare un film pornografico, di allestire una sceneggiatura affinché tutto funzioni per il meglio e lo spettatore venga; si tratta, piuttosto, di fare un documentario e di scoprirlo pornografico. Ma scoprirlo quando? e come? Dopo che il contadino v'è entrato, quindi prima c'è questa dimensione lavorativa, quasi naturalista nell'incedere, dopodiché il porno. È un passaggio fondamentale, poiché in effetti ciò che Jan Soldat mostra è un contadino, non il BDSM-lager in sé. Per questo non cambia soggetto, perché il soggetto cambia sempre: il soggetto non è il BDSM-lager ma le persone che ci vanno. E chi ci va? Bisogna essere molto borghesi per poter frequentare un BDSM-lager, questo è fuor di dubbio, e in effetti tutta la filmografia di Jan Soldat non mostra altro che questo: borghesi strangolati, frustrati, umiliati e via dicendo che ricevono piacere. Ovvio, non c'è nessun intento ideologico sottostante, non è un dire che la borghesia si sta strangolando e prova piacere per questo**, ed è per questo che è pornografico, perché il suo è un discorso pornografico nel momento stesso in cui viene elisa tutta la parte sul soggetto (non è un caso che mi abbia chiesto di non inserire fotogrammi) in vece di ciò che di esso viene fatto all'interno del BDSM-lager: il porno, in questo caso, è un porno politico, taglia la borghesia, e come il porno comunemente inteso taglia la sessualità dal sesso, qui è essere tagliata fuori è la borghesia, che viene dunque sostituita e al cui posto non rimane che uno straccio umano che si perverte di se stesso. E il punto è proprio questo: non mostrare la decadenza della borghesia, ma tagliarla fuori (non è un caso che si tratti di persone spossessate del proprio corpo dal padrone, giusto per dare una concretezza a ciò che Marx definisce alienazione) nel momento stesso in cui attua il proprio godimento, che la perverte e la destituisce. Il che è pornografico, senza ombra di dubbio - ma dopo, però, perché prima è eminentemente politico, e per questo è pornografico, per questo manca il desiderio, assoggettato com'è a un piacere morboso nell'essere presi nei gangli dell'istituzione, della galera, della burocrazia con la frusta e le catene, è un godere ma è un godere perverso, poiché mentre si gode, mentre si guadagna (piacere), ecco che qualcuno accumula qualcosa staccandolo dal nostro corpo (brani di carne, desiderio, spinta rivoluzionaria all'azione piuttosto che al reazionario arresto alla passione), e se ne esce soddisfatti, sì, ma lì, nell'inquietante buio dell'istituzione, qualcosa, intanto, si crea, invisibile o, meglio, impossibile da vedere, e non smette di cospirare.

* Jan Soldat mi ha comandato di non inserire fotogrammi della pellicola che mostrassero le facce dei protagonisti, per cui questa recensione farà a meno dell'apparato figurativo che di solito segue i miei scritti.
** Anche se, in effetti, Marx potrebbe dimostrare il contrario, quando parla della caduta tendenziale del saggio di profitto o quando, assieme a Engels, sostiene che la borghesia si stia creando il suo proprio boia.

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