Time and place, a talk with my mom (Tijd en Plaats, een gesprek met mijn moeder)



Il cinema ha una potenza falsificante, e ciò gli deriva, in ultima analisi, dal fatto di essere un dispositivo. Non è un caso, infatti, che Epstein pensasse a diversi usi del cinematografo, per esempio a uno giudiziario, e il punto è proprio questo, che ciò il cinema derivi la sua potenza falsificante e falsificatoria non tanto da se stesso quanto, piuttosto, da ciò che va a falsificare. Il documentario della Martijn Veldhoen, Time and place, a talk with my mom (Olanda, 2014, 55'), ben si presta a questo discorso, e anzi lo approfondisce ampiamente, perché il lavoro di Veldhoen è anzitutto un lavoro su un apparato extra-cinematografico che è immediatamente ed eminentemente cinematografico, ovverosia la memoria. Cos'è la memoria? La memoria agisce per proiezione: fa del cervello uno schermo, proiettando in esso pensieri che rimandano a intensità inattuali, virtuali. E in questo senso è cinematografica, la memoria, nel senso che agisce proprio come il cinematografico. Ora, ricordare non significa riconoscere una cosa che si è vista per una seconda volta; al contrario, la si vede per una seconda volta perché la si ricorda (Minkowski), e così la memoria è demiurgica, perché, se da una parte adegua un ente a ciò che era stato, dall'altra lo fa essere un'altra volta ancora, e siccome, seguendo il principio degli indiscernibili di leibniziana memoria, due enti non sono indiscernibili se non sono aderenti anche spazio-temporalmente, un mutamento di tempo significa, ovviamente, un mutamento d'ente. È l'individuazione di Simondon, e l'individuazione è creatrice. Tornando a Time and place, a talk with my mom: cosa fa Martijn Veldhoen? Nient'altro che questo, ricordare. Ma ricordare attraverso il cinema e non solo fa del cinema un ricordo, una memoria, ma guarda alla memoria stessa come a un farsi cinematografico. La conversazione con sua madre, allora, assume connotati che s'increspano e finiscono per naufragare nell'attualità, ma al contempo vivono la propria brillantezza in quanto pure virtualità: fotografie, vecchi filmini di famiglia e via dicendo hanno un loro valore e questo valore è tale nel momento stesso in cui li si consideri a sé, mentre invece vengono come infranti non appena si cerca di trovar loro una connotazione specifica in uno spazio e tempo che sono stati attuali. In questo senso, la memoria della madre scardina il tempo e fa rivivere una nuova vita agli enti - e questa vita è nuova nel senso stesso che è originaria e originale, poiché la sua memoria non è rievocativa ma semplicemente suggestiva, ed è formidabile come infine uno sbaglio, una riluttanza, un tremore o che altro riescano ad usurpare l'oggettività omicida per far risorgere una certa situazione, una data persona in un tempo attuale nel quale però essa figura come virtualità, rimodellando anche quella che fu l'attualità di un tempo. La ricostruzione diventa così vera e propria creazione, ma creazione diagonale, asimmetrica, proliferante, il che non significa falsità ma falsificazione di un'oggettività che non è mai data bensì continuamente da ricostruire e ricostituire attraverso il corpo (cerebrale o cinematografico), che è senz'altro soggettivo. È la vita - una vita, e non è soltanto quella della madre di Veldhoen: è la nostra vita, la mia e la tua, e questo perché, come insegna Bergson, non abbiamo, noi, una memoria ma siamo nella memoria - e siamo così immersi nel cinema da non poter spossessarci da esso, anzi acquisiamo il nostro corpo solamente ritrovandoci in esso.

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