War is a tender thing



La guerra che era in atto nel magnifico esordio al lungometraggio di Sherad Anthony Sanchez, The last priestess of Buhi: The woven stories of the other (Filippine, 2006, 105'), ha inizio nel documentario di Adjani Arumpac, War is a tender thing (Filippine, 2013, 74'). Ma come può il cinema raccontare la guerra? In effetti, non lo fa, e la declinazione ad intervista che modula la pellicola non può che presentarsi come il necessario epilogo di un interesse che va al di là del semplice umanesimo e si ritrova a essere umano, terribilmente e profondamente umano. Naturalmente, non parliamo affatto dell'umanità così come essa è, con i suoi mitra e le sue bombe, la sua spietata sete di sangue; si tratta, piuttosto, di focalizzarsi su quell'umanità - e c'è sempre, sotto ogni cielo, in ogni epoca storica, un'umanità simile - che viene come intrappolata nella guerra, stretta nelle maglie di un'umanità che è totalmente altra rispetto a quella che soffre il conflitto e che, molto spesso, non ha davvero nulla a che fare con esso. Così, il cinema, pur aprendosi su note fondamentalmente giornalistiche, quasi fosse un telegiornale differito su una pianta prima e su un mare poi, arriva ad obiettare che quel telegiornale non abbia niente a che fare con ciò che in effetti vivono le persone di cui il giornalista parla, e forse è proprio questo il senso del suo differimento, svuotarlo delle immagini e lasciare una voce che parla di guerra sulle immagini di una natura quasi astratta, pacifica, se stessa. War is a tender thing, dunque, va al di là del semplice documentario, e va al di là di esso nel momento stesso in cui tende a scoprire quell'umanità che solo il cinema, essendo intrinsecamente connesso a essa, può far emergere. Non si tratta nemmeno più di una guerra, si tratta proprio di fare un film minoritario, così come minoritarie sono le persone a cui è stata espropriata la terra, di modo che il film rifletta non soltanto le vittime della guerra del Mindanao ma tutte quelle persone che subiscono i dispotismi di un'istituzione che non sa come riterritorializzarli, decodificarli senza assumere i loro corpi come carne da macello. È la storia degli afghani, è stata la storia del Solidarność... è stata molte storie, la storia del cinema: un lungo martirologio, per dirla con Deleuze*. La guerra diventa allora un tentativo di resistenza, una micro-guerra nella grande guerra riterritorializzante imposta dallo Stato, l'ultimo atto, l'estremo afflato di chi resiste alla riterritorializzazione, al macello, ed è una cosa dolce, la guerra, questa guerra, perché permette l'emergere di un'umanità forte, tenace, splendida e piena di vita, dalla quale sgorga impietoso il torrente-cinema che non s'arresta a ogni tentativo di surcodificazione, di riterritorializzazione, di decodificazione che l'istituzione può attuare. E il fulcro del film sembra essere proprio questo: certo, ci sarà sempre una guerra, ma lì dove ci sarà una guerra imperiale ci sarà anche un focolaio di resistenza, così come, per quanti film vengano prodotti in maniera del tutto illecita, cioè hollywoodiana, sappiamo bene, ormai, che la storia del cinema non passa certo per quei lidi lì.


* Gilles Deleuze, L'immagine-movimento.

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