Bianco


Lo schermo è bianco, e Bianco (Italia, 2013, 19') è il film di Mauro Santini. Ma un film può essere bianco? In effetti, il bianco sussiste per essere negato. Lo schermo cinematografico, supporto materiale del film, dev'essere annullato per poter dare il film, che in questo senso sussiste sulla materia come pura virtualità: è una dialettica che non comporta alcuna sintesi, e in un certo senso rimanda all'idea stessa di una morte, di un sacrificio, ma anche di una rinascita, di una morte che insiste sul tempo come Fermo del tempo (Italia, 2003, 7') e non come sua abolizione. C'è un tempo della morte, insomma, ed è il tempo in cui l'assenza si manifesta come essenza proprio dell'istante, fratturato, dilatato, contratto fino all'estremo: nel frattempo, ovverosia nella frattura del tempo, in quello spazio mediano tra due istanti che non è propriamente un istante. Santini, con Bianco, parte da un errore di ripresa, qualcosa che dev'essere abolito, ma tratta quest'errore con una forza vitale tale da santificarlo; il film non inizia né finisce, ai suoi estremi non c'è che il bianco dello schermo, che è lo stesso del film, e in questo senso si potrebbe certamente dire che Bianco sia in effetti un evento, una pellicola da proiettare improvvisamente, qualcosa che accade nel cinema, sul suo corpo, il quale resta però immutato prima e dopo la proiezione: gli spettatori dovrebbero entrare in sala e starci per delle ore, a fissare lo schermo bianco del cinema, e poi, inaspettatamente, proiettare il film, che così non farebbe iniziare il cinema ma sarebbe solamente un evento che in esso accade e pure non lo totalizza, non lo esaurisce, anzi il cinema continua anche dopo Bianco, gli spettatori dovrebbero rimanere lì in sala, di nuovo con gli occhi fissi sullo schermo. È un esperimento mentale, quello di cui sto parlando, ma grazie a esso mi riesce più semplice arrivare al punto, che credo essere il motivo per cui reputo questo film un capolavoro essenziale, se non altro e sicuramente una delle opere più dense che mi sia mai capitato di vedere, nonché una delle più importanti esperienze della mia vita, e cioè che con Bianco Santini arriva a far coincidere il film con il cinema, il supporto materiale coll'evento virtuale, ὕλη e μορϕή. È un'operazione delicata e straordinaria al contempo, perché è un gesto di radicale immanenza, e Bianco è a tutti gli effetti un cinema dell'immanenza: in esso, compaiono delle forme, ma l'apparizione delle forme non è la base di Bianco; piuttosto, la sua base risiede nella deformazione di queste forme, nella loro informazione. Con un atto istantaneo, Santini agisce su queste forme informandole, cioè informando lo sguardo della loro concretezza, della loro esistenza, ma immediatamente quest'informazione diventa un'informazione di altro genere, che informa dell'informe in cui si dissipano queste forme. Forse è sbagliato parlare di dissipazione. Le forme di Santini non si dissipano. Si muovono, fermano il tempo e mutano in questa stasi. Il paesaggio iniziale è una macchia di colore in cui c'è quest'incredibile senso panico che amalgama alberi, colline e cielo, con-fondendoli in un'intensità che, pur mantenendo ben presenti le loro distinzioni, la differenza che non li fa conglomerare in un tutto annichilente, li collega, li unifica, e da questa unificazione si ha davvero l'impressione di una totalità unitaria di tutte le cose... Così, le forme che seguono, di bambini che corrono, diventano sagome, poi una sagoma, ma questa sagoma è sagoma di sagome, il bambino ha finalmente raggiunto gli altri, s'è coniugato con loro in una nuova singolarità che non lo ingloba, non lo fa cessare di esistere ma lo mantiene come origine di se stessa, che è appunto l'informe. Ora, quest'informe non è certamente quello di White epilepsy (Francia, 2012, 68'), il discorso cui Santini è interessato è un altro, e per il sottoscritto molto, ma molto più grande, perché laddove Grandrieux poneva l'informe nel film, come atto eminentemente filmico ma successivo al e discendente dal cinema in quanto tale, Santini trova l'informe come condizione di possibilità del cinema stesso, nella sua unità quasi mistica (ma meglio sarebbe dire sensistica) col film: appunto, il film è il cinema, e lo è nel momento stesso in cui il cinema, che non è affatto un'entità trascendentale, è il film. L'indistinzione supporto materiale/evento virtuale, schermo/proiezione porta a questo, e c'è qualcosa di rivoluzionario e così splendido da risultare ineluttabilmente fragile in tutto ciò, poiché, in fondo, Santini non fa altro che questo, restituire l'immanenza al cinema, il quale non è più quell'unità trascendentale (perché trascendente) che è condizione di ogni singolo film ma si manifesta nel film: Santini è lo Spinoza del cinema, e Bianco è la sua Etica; in esso, infatti, le figure non sono che atti potenziali che non trovano un'attualizzazione concreta (il finale, in cui non è mostrato un viso ma l'espressione del viso, qualcosa come una risata, che così appartiene a tutti i singoli visi, i quali non sono che attualizzazioni di un virtuale, di un potenziale che solo il cinema riesce a restituire: l'emergere del possibile...), il che non significa che il cinema sia un'altra realtà quanto, piuttosto, che il cinema sia la parte virtuale di questa realtà, la quale si definisce come un'attualizzazione del virtuale cinematografico, la necessità del possibile.

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