Union


C'è un'aleatorietà consistente, in Union (USA, 2010, 15'), quasi che il cortometraggio di Paul Clipson, nella sua irriducibilità di immagine e suono (Jefre Cantu-Ledesma) ne sia permeato, ma non è vero; l'aleatorietà gli è piuttosto intrinseca, e questo è vero, ma non è perciò altrettanto vero che l'immagine di Clipson sia l'immagine di un fantasma né, tantomeno, che sia essa stessa un fantasma. Al di là del simulacro, ecco dove essa si situa: al di là cioè dell'alternativa platonica Idea/simulacro, in un luogo che non accetta le forme. Com'è possibile? Semplicemente, per il fatto stesso che quel luogo è l'immagine stessa di Union, l'immagine è il suo luogo, che fonda ponendosi, ed è in ciò che l'alternativa Idea/simulacro viene tolta, perché non c'è alternativa alcuna: c'è solamente l'immagine, Union, che non abolisce tutto il resto poiché tutto il resto non esiste. È escluso, certo, ma è escluso per noi che guardiamo Union e siamo ancora troppo attratti ai nostri concetti, al nostro schematismo trascendentale per poter risolverci totalmente in esso e, con ciò, far letteralmente scomparire il restante. Quel restante che siamo e che, guardando Union, possibilmente siamo stati e propriamente non siamo mai stati, essendo noi allora indefinitamente in quel luogo, che coinvolge il nostro essere in tutta la sua pienezza e dinamicità. Ne siamo attratti, propriamente. E ne siamo attratti dal momento in cui quel luogo esiste, quell'immagine, con la sua luce, i suoi colori, il suo dinamismo e via dicendo, è lì davanti a noi, e questo «lì davanti a noi» non può che significare che essa, sebbene non si rivolga esclusivamente a noi, ci attrae e sta lì per accoglierci. La sua violenza è una violenza originaria, che così non si può dire, poiché appartiene a un'altra etica: squarcia qualcosa (vedremo tra breve cosa), e la ragazza che c'è è lì per non esserci, per incarnare qualcosa che la tolga, ovverosia il movimento. Un movimento, però, che non è solo e soltanto quello della sua corsa bensì quello che viene fatto su questa corsa, sulla silhouette stessa della ragazza mediante sovrimpressioni di sovrimpressioni, esposizioni multiple che creano una profondità di superficie togliendo la profondità e facendo sì che essa si risolva in una superficie ad essa ortogonale, se non madre quantomeno nutrice di tutti gli spazi e i tempi possibili, i quali, tutti insieme, non possono che risultare da essa e - soprattutto - soltanto in essa, cioè su essa; in questo senso, la passeggiata dello schizo come auto-produttrice di senso, come movimento infinito e indefinito, senza partenza né fine, che è il suo proprio senso e che, questo senso, se lo si dà appunto ponendosi, dovrebbe essere riferita più all'immagine in sé e per sé piuttosto che a ciò che in essa viene rappreso, e cioè la corsa della ragazza. Così, la natura non viene trapassata dalla ragazza e nemmeno si distingue dallo spazio urbano a cui infine la ragazza approda: la natura, la ragazza, lo spazio urbano, la corsa stessa della ragazza non sono che punti di singolarità che vanno a comporre l'immagine-luogo di Union, l'immagine che è luogo e il luogo che è Union, la cui violenza, allora, non dev'essere riferita a un qualcosa di specifico bensì a uno sfondo che per così dire squarcia, attivandolo in un movimento ritraente da cui l'immagine scaturisce e che è direttamente proporzionale, proprio in relazione biunivoca, col farsi dell'immagine; allora e solo allora ci accorgiamo che il nostro coinvolgimento è ben più di passeggiare dello sguardo nelle faglie di divenire: la macchina da presa di Clipson non passeggia, ma è il divenire che passeggia in essa - e noi nasciamo per incarnarlo, quel divenire, così come esso è in quanto ospitante. Per far ciò, però, è necessaria una ferita, che siamo: l'urto di venire al mondo, il trauma del parto, che risolve la nostra esistenza e nel quale la nostra esistenza si risolve interamente, quella è la ferita, il nostro corpo, sempre dischiuso, aperto a nuove ospitalità. Ecco, Clipson, con Union, pensiamo faccia fondamentalmente questo: con un gesto effrattivo, violento, squarcia il vuoto di nishidiana memoria, e da ciò sgorga fuori tutto un flusso di divenire... e la ragazza continua a correre, la sua mano si sporge sulla superficie dell'acqua e viene riflessa (la mano sull'acqua e l'acqua sulla mano), le luci e i colori, così come il corpo di lei, non sono altro che qualità, e come tali sono solo nel momento in cui partecipano di quel divenire, che è propriamente la passeggiata dello schizo, il cui senso è appunto far emergere quelle qualità: non è la ragazza che corre, la ragazza è corsa, il divenire la pone, non è il rumore della città a porre il suono ma il suono a farsi nel rumore della città, il tempo che pone la natura nella sua impossibile ciclicità, il divenire fa emergere la corsa affinché quest'ultima lo incarni, il divenire - e la ragazza come ciò che incarna la corsa che incarna il divenire, mai quindi la ragazza che corre e che così facendo divenga, ponga in essere un divenire, ma un divenire totale e originario, il cui corpo è il cosmo stesso, unica cosa realmente esistente perché al di là dell'alternativa essere/non-essere. E via così, di incarnazione in incarnazione, non però fino all'ultimo incarnato, alla qualità, ma al corpo totale e unico, che è quello del divenire, nel cui essere siamo ineluttabilmente presi anche noialtri in tutta la nostra corporeità, anzi proprio in quanto risolti nella nostra corporeità, che è la stessa del mondo, del cosmo, del divenire.

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