One document for hope


Capita, di tanto in tanto, di imbattersi in opere così clamorose da lasciare afasici, tanto da dover ammettere, per una buona volta e forse anche finalmente, di non aver nulla da dire, perché l'immagine, che al cinema è tutto ciò che conta, vale per sé ed è in sé tutto ciò che dev'essere. One document for hope (USA, 2015, 7') di Margaret Rorison è uno dei rari casi in cui questo accade, eppure si ha come l'impressione che non tutto finisca lì, nelle pieghe di quei sette, silenti minuti. Qualcosa li eccede... già, ma cosa? Evidentemente, qualcosa che risulta dall'immagine, che è presente in essa ma che, appunto, la decentra, qualora, questo qualcosa, lo si considerasse relativo all'immagine in sé. E non è il riot di Baltimora. Quello viene prima e durante. Piuttosto, è il suo riverbero, l'eco che si spande dopo che la polizia ha caricato, che le persone hanno manifestato. Perché non si risolve tutto lì, in quelle cariche, in quella manifestazione. E il capolavoro della Rorison pare proprio agire in questo senso, ovverosia come una turbolenza che spande ed espande un senso mai saturo, mai pieno, e questo è quanto: se c'è un cinema del riot di Baltimora, è senza ombra di dubbio un cinema che emerge da Baltimora, dalle sue strade, mai dalla parte sbagliata della barricata. E, se Grifi era diverso da Rossellini, ciò è dovuto al fatto che Rossellini filmava dal balcone la protesta, mentre Grifi era nella protesta, la sua macchina da presa faceva parte di essa; così, la macchina da presa di Margaret Rorison è parte integrante della manifestazione, perché - e questo è un fatto necessario - il cinema non si può tirare fuori ma è totalmente invischiato in ciò che registra, e, se registra dall'alto o dalla parte opposta della barricata, allora sarà un cinema fascista, la macchina da presa varrà come un manganello etc. Al contrario, Margaret Rorison è lì, e molto spesso alza gli occhi al cielo, e nel cielo c'è proprio quello che non deve esistere se non nell'inquadratura, che non bisogna lasciare che si dia come macchina da presa, come occhio: è l'elicottero della stampa, lo sguardo che cancella l'evento. Come infatti hanno insegnato Harun Farocki e Andrei Ujică col loro magistrale Videogramme einer Revolution (Germania, 1992, 106'), la televisione non registra che il proprio punto di vista sull'evento, mentre invece ciò che è necessario che il cinema faccia sia prendere parte all'evento per essere l'evento stesso, ed è questo, in ultima istanza, ciò che si propone di fare - ed effettivamente fa - Margaret Rorison col suo One document for hope: essere nell'evento per essere l'evento, e così non soltanto restituire la magmaticità e l'autenticità dell'evento ma, pure e soprattutto, riverberarlo, di modo che quelle strade, quei cordoli di polizia non riusciranno mai a bloccare la rivolta, la quale, invece, pur potendo smettere di esistere, non smetterà mai di insistere e sussistere. Insistere sulla polizia, non appena essa si presenti col suo tono fascisteggiante, ma anche sugli spazi vuoti, di cui la Rorison, come il Sylvain George di Vers Madrid (The burning bright)! (Francia/Spagna, 2013, 132'), conosce bene l'importanza. Sussistere, d'altra parte, come pura intensità, quasi che il cinema prelevasse dal reale quei rapporti tra forze energiche che lo costituiscono per riproporle ovunque il film sarà proiettato: forze, non materie, e il pericolo è sempre lo stesso, cioè come queste forze riusciranno a darsi in maniera che il riot esploda davvero, perché quelle stesse forze sono le medesime che governano i balordi in divisa. Questo pericolo, Margaret Rorison sembra scongiurarlo, appunto, immettendosi nell'evento e facendo dell'evento stesso un film. Ma non per via spettacolare. Piuttosto, incanalando il cinema laddove questo possa confluire con l'evento, in un punto d'indiscernibilità che appartiene sia al cinema che al riot, che è sia arte che politica: politica dell'inquadratura, bellezza di una macchina in fiamme. Ma non per uno strano affetto personale, per una solipsistica voglia di sfasciare tutto; piuttosto, per usare un termine di Shantz, si tratta di costruire infrastrutture di resistenza*, le quali hanno un carattere quotidiano, sicché, data una certa convergenza storica, può essere impossibile non sfasciare una vetrina, d'altra parte è soprattutto sul terreno della quotidianità che si gioca la partita («Come quando fischia il sasso, come quando fischia il vento...»**), ed è questo, a nostro avviso, ciò che rende immortale un'opera come quella in questione: One document for hope, sin dal titolo è presente il riverbero, quell'elemento (la speranza) che non proietta il presente nel futuro ma (ri)porta il futuro nel presente, ed è ciò che il cinema può fare, essendo l'evento, registrando l'evento - riportare l'evento ovunque, farne una visione, un film, appunto, qualcosa di quotidiano, di modo che la quotidianità cinematografica si riveli contemporaneamente la quotidianità della resistenza. E il punto è sempre quello, come già in Meditations on revolution (USA, 1997-2003, 97'): non abbassare la testa, mai, se non per proteggerla dalle manganellate. È possibile? Non si tratta di una questione di fattibilità o meno, si tratta, piuttosto, di una questione eminentemente cinematografica, perché non basta dire che il cinema sia politica, bisogna scorgere nel cinema un atto, e questo atto ha tanto valore quanto quello del riot, quanto quello del primo contadino che ha smesso di salutare il padrone, quanto quello di chi ancora va in miniera etc. Non è teoria, è pratica, e pratica quotidiana che riporta la resistenza a nuove intensità, data l'indiscernibilità dei due eventi, quello della manifestazione e quello cinematografico. Ed ecco qua la resistenza: il Cinema, ovvero Baltimora 2015. 
Una volta ancora e in più: avant la guerre.


* «This is about changing the world, not by taking the control of the state, but creating opportunities for people to develop their personal and collective power.» (Jeff Shantz, Constructive anarchy. Building infrastructures of resistance)
** Giorgio Canali, Comequandofuoripiove.

4 commenti:

  1. Ciao,
    sai dove posso trovare sto film? L'unica cosa che mi ritorna google è il canale vimeo della rorison stessa, ma il video è protetto da password.
    Ciao, grazie

    RispondiElimina
    Risposte
    1. È vero. Fino a poco tempo fa era disponibile su Vimeo, ora ha rimesso la PW...

      Elimina
  2. Sono dell'idea che si resista davvero facendo proliferare la nostra creatività, in qualsiasi campo, e successivamente tramite la nostra creatività, si resiste aprendo squarci nelle persone. Continuando sempre a creare mondo. Il film non fa nient'altro che questo, perché per me di film si tratta, cioè creare continuamente squarci nei nostri occhi, i quali sono assopiti davanti alle immagini di regime, che vengono imposte dalle televisioni e da ogni film che ci viene passato su internet e tramite gli stessi dispositivi di potere, quali la tv, i cinema, le scuole ecc... Io mi sono rotto il cazzo dell'autore e dei partiti che devono imprimere su di me un'idea, un'etichetta, una gerarchia. Questo film sfalda tutte queste cose, e per fortuna non è l'unico che lo fa.
    Grazie anche a voi che fate proliferare queste opere invece di recensirle semplicemente.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per le belle parole! ci fa davvero piacere, come ci fa piacere che il film arrivi in questo modo a qualcuno..

      Elimina