Sea of vapors (Meer der Dünste)


È stato Max Wertheimer a teorizzare il cosiddetto Fenomeno Phi, e tale esperimento fu quindi variamente ripreso da vari studiosi della Gestaltpsychologie, i quali videro in esso - per farla estremamente breve - una riprova del fatto che solo un soggetto trascendentale di matrice kantiana può effettivamente costruire una forma a partire dalla ricezione di una disparazione di dati. Ora, il cortometraggio di Sylvia Schedelbauer, Meer der Dünste (Germania, 2014, 15'), disteso sulla musica elettro-acustica di Jeff Surak, sembra veramente partire da una simile prospettiva, ma nella sua unitarietà e completezza esso si rivela talmente distante dalle conclusioni gestaltiche da apparire, in ultima istanza, come una distruzione delle stesse; la regista teutonica, infatti, opera sulla pellicola repentini tagli, di modo che le immagini emergano da una disparazione pressoché totale, ma tale disparazione, lungi dal darsi in maniera tale da venire infine eliminata, è parte integrante dell'immagine posta dalla Schedelbauer: in pratica, non si tratta più, banalmente, di determinare trascendentalmente qualcosa che, di per sé, risulti instabile, ma di carpire simondianamente la metastabilità stessa del sistema, poiché tale metastabilità è costitutiva al sistema stesso e costruttiva di esso. Ciò che accade, allora, è l'efficacia della disparazione, la sua capacità di creare effetti: il nero tra i fotogrammi o, meglio, il fotogramma nero che perdura e insiste tra i fotogrammi è anche ciò che amplifica e fa risuonare internamente gli stessi, i quali, allora, non si danno all'interno di una totalità che, dal punto di vista del soggetto trascendentale, sia di più di essi, bensì s'intrecciano e si rimandano indifferenziatamente e disparatamente gli uni agli altri; l'assenza di un fotogramma nitido, di un'immagine lucida e singola, chiuda in sé, è veramente la soluzione di un sistema simile, il quale non ha soluzione, e tale assenza di soluzione, oltre a differire repentinamente e asintoticamente la conclusione e la chiusa del sistema, è ciò che permette al sistema stesso di sussistere e, soprattutto, di continuare a farsi, di non morire. Così, le varie sovrimpressioni non sono ciò che esclude un qualsiasi soggetto capace di conchiudere e risolvere il sistema ma la conseguenza di quest'assenza, la quale, invece, è dovuta al nero tra i vari fotogrammi - nero che è fotogramma esso stesso, e dunque, se colto nel suo carattere relazionale, riprova del fatto che la relazione stessa abbia una certa consistenza ontologica. Un simile consistenza ontologica della relazione, del resto, è palese sintomaticamente sulla pelle dello spettatore, il quale, come in un film di Sharits, rischia davvero la crisi epilettica, ma la crisi epilettica è dovuta al taglio, alla relazione, anzi, più profondamente, all'assenza di una relazione tra fotogrammi, allo spezzamento di una relazione, quindi al gesto effettivo ed efficace del taglio, al nero che è fotogramma, a un ciclo lunare comunque interrotto e però mai cessato dal giorno: se Sylvia Schedelbauer mette in crisi la Teoria della Forma è proprio perché la relazione manca, ma tale assenza è presente, vera, effettiva ed efficace, ontologicamente piena, e questa pienezza è veramente ciò che fa saltare una forma totale e risolutrice al fine di permette la risonanza del sistema, il quale, allora, va a costituirsi di vuoti e di pieni, lune calanti e crescenti - pieni che sono tali perché di per sé differenziali, il cui atto è quello del differirsi e rimandarsi, compenetrarsi e trapassarsi vicendevolmente, di modo da escludere definitivamente, non solo dal punto di vista del vuoto ma anche del pieno, una totalità chiusa, una forma bell'e formata da un soggetto esterno a essa. Al contrario, il soggetto è pienamente coinvolto nella forma, è testimone di essa, e il suo sguardo ne risulta (più o meno epiletticamente) come risultato di una disparazione che non ammette risultati.

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