Potamkin



Potamkin (Canada, 2017, 67'), lungometraggio di Stephen Broomer, è dedicato a Harry Alan Potamkin, critico cinematografico dell'inizio secolo scorso, di cui il regista si chiede appassionatamente che fine abbia fatto oggi, che ne sia delle sue parole che parlavano attraverso il cinema da lui conosciuto, nell'euforia dei primi anni e nella pianificazione delle conseguenze del cinema, quando si poteva riflettere su che cosa potesse il cinema senza una storia che rischiava di anticipare la domanda, la quale a volte veniva probabilmente elusa accorpandolo ad altre arti o mezzi comunicativi. Una delle prime cose che si legge su Potamkin è il suo carattere politico, appartenente alla sinistra marxista e quindi sorge spontanea una domanda: che è rimasto di ciò che si legge su di lui? Questo ci pare accogliere Broomer, il quale formula Potamkin in un found footage formato da film di cui Potamkin stesso scriveva, tra cui spiccano La corazzata Potëmkin (Russia, 1925, 80')e La passione di Giovanna d'Arco (Danimarca, 1928, 114'). Ancora una volta ci chiediamo cosa ne rimane, non tanto dei film in questione, che trovano il corso che trovano oggi, ma delle immagini attraverso Potamkin o, meglio, di Potamkin attraverso queste immagini senza però che il personalismo abbia la meglio. Broomer sceglie accuratamente dei pezzi di film trasformandoli completamente e ciò che ne emerge e, ancora, che rimane di tali film, è il sentimento di Potamkin che soffiava sulle sue parole. Questo soffio è in ultima istanza ciò che non tanto subisce un tentativo di recupero da parte del regista canadese, quanto piuttosto un rimescolamento per galleggiare ancora e affiorare così come nuove immagini. Questa ci sembra un'operazione fondamentale di Broomer, che non cerca di ridestare il ricordo di Potamkin, il quale, bene o male, è per lo più dimenticato, perché di fatto non si legge e dunque non si può avere tale ricordo, e allora la risposta al primo «che ne rimane?» è presto detta: poco o nulla, e comunque molto settorialmente. Ma ciò ha il significato che trova, nel senso di un limbo che, bene o male, capita a tutti, compresi i classici, i quali non sono mai letti se non come classici e mai contemporanei, e questo non perché non possano avere un significato qui, ma perché il loro senso è rimescolato dal nostro, il senso contemporaneo, banalmente, distante dal loro. Broomer non tenta quindi di riportare in vita Potamkin, ma perché non è tanto Potamkin a dover affiorare e comunque non per forza come ricordo. Qui, la focalizzazione sulla memoria sembra quasi un cavillo e tuttavia, essendo noi personalità piene con una memoria, pena la demenza (e allora mancano le basi per parlare, attenzione, non di persona, ma di personalità), possiamo dire che non è poi così cavilloso ma fondante. Comunque sia, è vero che ci sono, anche se poche, parole di Potamkin ma non è tramite di esse che il soffio che poteva aleggiare in Potamkin è da noi sentito, ma tramite le immagini e non è tanto questa un'interpretazione che Broomer attua nei confronti degli scritti di Potamkin, come se fosse un saggio sull'autore, perché non si tratta di traduzione e/o significazione e quindi di una sorta di slittamento dagli scritti di Potamkin al cinema di Broomer, quanto piuttosto un ridestare le immagini che animavano lo scrittore stesso e lo animavano non attraverso le sue parole, le quali accoglievano, bene o male, un certo pensiero, oltre al cinema, ma appunto attraverso le stesse immagini. Per questo ci sembra che l'operazione che Broomer attua di selezionare delle immagini dei film di cui parlava lo scrittore, non è data tanto dal fatto che scrivesse su quei film, quando sappiamo che scrivere di cinema è comunque un atto altro, che non pretende né di esaurire il cinema né di essere cinema e quindi in qualche modo lo manca sempre, tradendolo spesse volte, bensì è un'operazione data dalle immagini che attraversavano Potamkin stesso e che bene o male trasparivano sì dallo scritto, ma che non trovavano un'unione col cinema. Certo, Broomer stesso non pensa di esaurire le immagini di Potamkin in Potamkin e, di fatto, è terzo rispetto al rapporto cinematografico dello scrittore, tuttavia non ci sembra che il regista in questo modo tradisca una delle parti in causa, bensì le rimescola, animando dalle origini (cioè dalle immagini dei film di cui scriveva) quello che abbiamo definito essere il soffio di Potamkin ma che, sinceramente, non è la parola che esautora ciò che, comunque, da questa recensione, spero, possa trasparire. Potamkin è un film estremamente incalzante e agguerrito, le cui immagini sempre mancano di dire: c'è una qualche trasmissione, ma questa non è comunicativa, in quanto non ci dà delle informazioni che potremmo avere leggendo uno scritto dello scrittore o comunque ci rende ugualmente ignoranti su Potamkin. L'acquisizione qui non è dunque dell'ordine informativo, ma piuttosto deforma il verbo, che non viene tradotto ma che appartiene ora al campo del mostruoso e dunque, in qualche modo, delle immagini. Sì, perché c'è del mostruoso nell'ombra, l'ombra non come ciò che concerne l'oscurità ma l'emanazione del visibile... Un'ombra che in Potamkin cade sull'etica cinematografica di Potamkin, alimentando il suo fermento rivoluzionario, non per il sociale ma per il cinema, per la sua ombra che abbraccia i volti e i fenomeni, proliferando le loro possibilità di emanazione del visibile ma soprattutto dell'oscurità.

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