Nu Dem



Non è facile scrivere dell'ultimo cortometraggio di Jennifer Saparzadeh, Nu Dem (USA, 2017, 9'), e non lo è per una serie di ragioni, che vanno oltre alle questioni storico-politiche specifiche e molto articolate di quei luoghi di cui la Saparzadeh si occupa. Girato tra Grecia, Germania, Serbia e Austria, Nu Dem non cerca di racchiudere e presentare le complessità dei luoghi e delle situazioni, bensì prova a fare una traccia brulicante, che rimanda continuamente ai propri confini e alla loro conferma che li fa espandere, di modo da creare tra gli stati un filo conduttore che si spezza continuamente. Da ciò nasce la semplicità intrinseca del cortometraggio, il quale invece che diramarsi e dare spunti per altre vie, si cura di sé e del proprio spezzettamento, ed è da qui che trae la forza per mostrare senza immagini qualcosa su cui poggia il fuoco della resistenza. È chiaro, quindi, che non è un cortometraggio che potremmo definire in qualche modo neutrale, nel senso che non è privo di politica, ovvero di un'intensità che si può percepire nonostante l'utilizzo di immagini che possono dissimulare attraverso l'oggetto, ma ciò che non possono fare è nascondere certi comportamenti, certe azioni e parole che derivano dall'intensità del proprio stare tra un popolo in un certo stato, non tanto per mezzo di una minore o maggiore consapevolezza informativa e giornalistica, ma piuttosto per quella relativa alle proprie azioni, ai propri rapporti, anche quotidiani. 'Fanculo l'Unione Europea va bene quando la parola non traccia aprioristicamente i propri confini nella parola stessa, ma quando li traccia e lì ci rimane, ma ci rimane nel senso che li fa propri, assumendoli come possibilità di una libertà che è azione contraria: non è contraria tanto ai limiti che possono più o meno barbaramente essere dati, ma ai propri limiti che non sono però, in ultima istanza, i propri: gioco con quei bambini perché sono anch'io un bambino, non un adulto probabilmente senzatetto o con un futuro insano. Sembra un discorso di ruoli, ma così non è: non si assume un determinato ruolo sociale come senzatetto solo perché la società vuole così, perché essa produce i suoi scarti, inevitabilmente. La propria sensibilità di "scarto" è la sensibilità dell'azione contraria, la quale non è tanto data dal proprio ruolo sociale, ma è determinata dall'azione stessa: le immagini di Nu Dem, allora, non ci mostrano che la lotta, ma una lotta quotidiana che si ha nella pratica del filo spinato, dei cartelli segnaletici, dei camion di trasporti della merce e degli spazi sconfinati. Sì, perché, tra quello sconfinare, si presenta quel confine che fa del paesaggio ciò che è e non è che tra il proprio confine, e dove inizia questo nasce la possibilità dell'altro. Non un altro che non si invade e la cui libertà inizia perché la mia libertà lì finisce, ma la non-invasione dell'altro perché l'altro esiste, non solo è presente con la considerazione di sé, col fatto che, se non sono un severo narcisista, allora l'altro c'è per forza perché ho un confine. Da qui l'impossibilità di definire un'immagine del futuro e dell'altro: non c'è l'immagine della lotta come altra guerra in Nu Dem, però ci sono delle immagini del potere, e non accanto, ma in esse, tra le linee ferroviarie, nei vari spazi, c'è una resistenza attiva. Lì, dove si prova a fare qualcosa, ecco che la resistenza si scontra con qualcosa che non può vedere ma solo sentire per tramite della sua stessa azione. Nu Dem quindi ha senso nella misura in cui le sue immagini sono prese come esse stesse resistenza a qualcosa ed è attraverso questa resistenza che c'è la possibilità di guardare delle immagini. Senza ciò, le immagini sarebbero solo configurazioni su altre configurazioni di potere: il semaforo semplicemente ciò che delinea il traffico, senza passare per l'evidenza della sua utilità, riporterebbe solo se stesso in quanto oggetto. Ed è effettivamente come oggetti che vengono guardati, ma nella prospettiva del sentire quei loro confini, che li fanno essere non solo ciò che è utile, ma mezzi in cui si entra in relazioni di potere. Creiamo i nostri rapporti in base a questi mezzi, o comunque con la loro mediazione, e va bene così, nel senso che viviamo in un mondo, realmente e virtualmente, e da ciò ne deriva tutto questo, ma è però, più radicalmente, la costruzione di questo mondo, la sua organizzazione, a essere messa sul piano della lotta politica. I luoghi di Nu Dem, quindi, non si colorano a seconda della lente con cui vengono guardati, rossa se comunisti, nera se fasci, e altre banalità, ma si fanno alla luce dei rapporti che si instaurano, e non è che questo a interessare, infine, o almeno così ci pare, la Saparzadeh: ecco allora che le specificità dei luoghi possono essere riprese in questo modo, poco alla volta, mostrando delle intensità che si relazionano tra loro senza perdere la propria particolarità intrinseca e senza scadere così in un'impersonalità vaga, ma centri di resistenza in piena luce del giorno.


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