Winter feuer



Winter feuer (Svizzera, 1999-2000, 3'), cortometraggio di Hannes Schüpbach girato in 16mm, è un film che si contraddistingue per un tenace ritmo, che ci porta a considerarlo una specie di rituale, con una sua ciclicità che spazia oltre al minutaggio. In Winter feuer troviamo un mescolarsi di contrari che affascinano per il loro continuo passaggio, da una parte all'altra di sé, quasi come rimandanti continuamente all'altro. Occidentale è la visione che vede i contrari battagliarsi fra di loro, a volte per produrre una sintesi, altre volte meno, specialmente per dominare l'altro, in modo dal più grossolano al più sottile. Questa è la situazione del figlio che, freudianamente, dovrebbe uccidere il padre per compiere se stesso, per diventare un altro, per essere qualcuno al di là dell'ombra paterna e dalle sue relazioni, compiendo il proprio destino, visione che non dà una prospettiva, sempre quella freudiana, al padre, che nell'atto dell'uccisione semplicemente perisce compiendosi anch'esso nel morire per mano del figlio. Il politicamente corretto che impervia e vuole l'integrazione, ovvero un altro modo per far perire una certa cultura, quando le altrui leggi non si possono far rispettare in un altro territorio, e va da sé, più sottile, quelle culturali. L'Unione Europea che chiede alla Romania di mettere meno bicarbonato nei tradizionali "mititei" per la loro salute. In Winter feuer il fuoco e la neve, gli adulti e la bambina, lo sbarramento della visuale a opera delle montagne e l'apertura infinita del cielo, non rimandano a una precisa lotta tra contrari, non c'è nemmeno una certa dialettica che intercorre tra di loro. L'accumulo di neve ospita la fiamma della candela: la neve si ritrae per farle spazio, affinché si prenda lo spazio che le serve per essere sé, non amputa, ma lascia che sia, le parla in un modo che possa capire, fintantoché questa, alla fine del suo percorso, si spegne da sé, e viene accettata nuovamente così com'è rimasta, cera. La cera, che ha fatto il suo corso come fuoco, è grata alla neve e le obbedisce, completandosi: c'è dell'armonia in tutto ciò, che non è propriamente una sintesi, perché nessuno delle due si lascia amputare dall'altro. C'è rispetto e anche un rito: i continui passaggi tra l'una e l'altra, tra gli sguardi degli uomini e il fuoco, tra le montagne e il cielo, si danno come inizio di un percorso ciclico in cui ogni elemento si sviluppa nella sua solitudine affettandosi a vicenda. Un rito: tra generazioni, ma non solo, tra elementi. Qui, il figlio non ammazza il padre. Il luogo è allora ciò che si fa per mezzo di essi, non come ciò che è già fatto e che li strumentalizza. Il passaggio da una parte all'altra, da una scena all'altra, è dunque ciò che permette il proliferarsi di qualcosa che non si focalizza più sulla persona o sull'elemento comunemente inteso, ma rimanda alla ricerca di qualcosa che non ha più a che fare con il luogo della realtà. Non c'è Dio in Winter feuer, non si evoca alcun spirito, e tuttavia qualcosa c'è, ma non ha a che fare con la presenza di qualcosa che, anche se fosse virtuale, possa avvenire nella realtà. Il luogo dunque, nel suo farsi, genera una proliferazione di sguardi, che passa da ciò che è guardato al guardare, e viceversa, che si disfa proprio di questo passaggio: gli sguardi quindi non provengono dagli occhi umani, da quegli uomini che non si guardano che per stabilizzare qualcosa - qui, invece, gli sguardi si perdono, non si collegano, manca la comunicazione. In questo autismo di fondo una certa comunicazione manca, ed è in questa mancanza che, probabilmente, si genera un'immagine. Se in Toccata (Svizzera, 2002, 27') mancava la percezione esterno/interno a livello cinematografico, che però si manteneva come negatività, qui tale negatività è altamente segnata ed evidenziata, quasi platealmente, ma lo è per mantenere il binomio in mente, non perché ogni cosa prenda il suo posto e lì ci rimanga, ma per far sì che un rapporto possa sussistere, possa darsi repentinamente come rito. In questo senso, allora, manca anche la possibilità di un'immagine, non c'è qualcosa che si crea al di là del percettivo, che comprenda quegli sguardi senza darsi rappresentativamente, soprattutto nella mente di chi guarda, nelle proprie implicazioni immaginative. È questa, probabilmente, la forza di Winter feuer, questa mancanza di fondo che fa essere tutto lì, quegli sguardi che non rimandano o si completano, guardandosi, ma che portano a una mancanza di riconoscimento che non fa del luogo cinematografico ciò che deve emergere, dalla sua virtualità, ma che lo lascia lì, mancando completamente a sé, non essendo sé se non essendo ciò che non è, ma senza che ciò che non è si adempi mai, preservando le negatività e mancando completamente.


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