Bad mama, who cares



Insensato anche solo pensare di poter scandire il tempo, questo concetto di scansione proprio, qui, nel cortometraggio di Brigid McCaffrey, Bad mama, who cares (USA, 2016, 12'), non ha proprio senso, nonostante la suddivisione temporale sia quasi ovvia e naturale da fare, da proporre, tecnica programmatrice ma non solo, nella e della vita quotidiana. Bad mama, who cares vive così in una sorta di immediato che si prolunga durante il minutaggio, e mentre riprende sprazzi di quotidiano, inteso come durata fissa giornaliera e costante presenza nel mondo, li fa sussistere in un tempo che immediatamente scivola via dopo essersi fugacemente impresso negli occhi, con le sue inquadrature ben squadrate, nel quadro, nella normalità. Così facendo diventa quasi pleonastico dire che accanto ciò è necessario per vedere questo quotidiano altro da fuori la propria finestra di casa, se non aggirare, almeno scombinare la norma e dunque l'inquadratura, che diventa in qualche modo sinistra, agendo nelle sovrapposizioni non per bellezza o natura, ma proprio per la necessità che vi sia una scomposizione nella composizione, senza per questo dover arrivare alla schizofrenizzazione della scena, dell'immagine almeno intesa come ciò che aderisce allo schermo. Di fatto, quello della McCaffrey sembrerebbe un operare per l'inquadramento nell'inquadramento, comportando così, se non il suo rovescio, una sua differente formazione. Perché non il rovescio è quasi rappresentativo, nel senso che il quotidiano e insieme il luogo di questo quotidiano, con le sue persone e ambiente, non è teoricamente fatto se non per apparire almeno normalizzato o normalizzante, e quindi ciò che avrebbe senso riprendere sta proprio nel senso del luogo. Almeno questo, a livello di senso, il che non significa che deve per forza essere così, ma è un modo per farlo, un interesse specifico. Tuttavia le operazioni compiute non ci sembrano in questo modo finora descritto risolte, o almeno, non è tutto qui, se non perché è nel luogo stesso che ci sta proprio la possibilità per una difformazione o s-formazione - un cambiamento di forma, non per una nuova forma, per la ri-formazione, ma per una certa operazione sul negativo della forma, portando a una sua differenziazione che rimane nell'inquadratura. Questo rimanere lì presente è da intendere nella maniera più piena del termine, perché rimanere nel proprio stato o quotidiano implica non tanto una certa coscienza nel senso dello stare appieno nelle proprie attività, ma una conoscenza dei rapporti, sottili e pratici, che intercorrono e si subordinano tra loro. C'è, forse, per questo motivo, un qualcosa che possiamo dire simile a un riferimento della crescita, nel senso che si sviluppano appianandosi dei germogli operativi, che fanno della vita in quel luogo qualcosa per cui la riduzione e semplicità diventa qualcosa che moltiplica, invece che rimanere chiuso in sé senza contatti con l'esterno. Si può dire, allora, che se solitamente non possiamo avere un'immagine del quotidiano senza che questa rappresenti non altro che ciò che è inneggiato nella realtà del luogo, queste moltiplicazioni e differenziazioni della forma possono portare almeno a una rottura con questa immagine che rende statica una realtà la cui manipolazione porta a rendere invisibile dei rapporti che invisibili non sono. Questa invisibilità posticcia non è una maschera immessa nel quotidiano, ovvero ciò che porta a presentare altro da ciò che è, come se ci fosse una dissimulazione a opera del potere, ma è un'invisibilità data dalle forme che si mostrano per facciate. Una facciata non è tanto un punto di vista, rimandando così al pensiero che siamo noi a poter guardare più facciate, più parti, da più punti, a seconda di come ci spostiamo, come se fosse una questione di prospettive. Una facciata è sì ciò che ha e crea una propria rappresentazione di sé, un proprio ruolo, una certa immagine, ma questo solo se si guarda all'inquadramento, diversa è la questione se la si considera anche e soprattutto per ciò che viene a crearsi attraverso i legami che la compongono (e in questo senso è sempre stato così, non siamo noi ad aver cambiato prospettiva, ma è la stessa ad essere vista). Ciò può darsi solo però con la differenziazione delle forme, con la loro scomposizione, con la creazione di altri legami. A questo punto, chiaramente, un'immagine continua a darsi, ma questa volta senza essere presa per ciò che è, visibilità pura, eterna presentificazione, ma come qualcosa che continua in qualche modo a dissimulare, a sformarsi, e per questo non può durare se non per un frame. Con tutto questo non possiamo dire che una presentificazione non permanga come ciò che è presente a sé, perché qui non è la facciata a essere messa in questione, ma unicamente le sue azioni, i suoi rapporti. Se rimane attiva è per i suoi rapporti di senso che intercorrono e si subordinano tra loro nel proprio quotidiano, riportando il caos in un'invisibilità che mai si darà in immagine.


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