Dislocation blues



C'è un luogo proprio della terra e un altro luogo del mare. Noi, se da una parte sappiamo dove siamo collocati geograficamente, spesso invece dimentichiamo quest'altra cosa. Non si sta parlando del tentativo di tracciare mappando o di striare il territorio, per definirlo rispetto a noi, bensì, viceversa, di ri-vedersi a propria volta rispetto al territorio in cui si abita, il luogo della terra. Nel fare ciò il rispecchiamento di sé che possiamo fare ci rimanda a un'immagine traslata, scostante, che spesso non riusciamo a focalizzare. In Dislocation blues (USA, 2017, 17'), ultimo cortometraggio di Sky Hopinka, questo tentativo di guardarsi è ben portato in superficie da un continuo passaggio da sé al luogo e quindi subito agli altri e soprattutto allo Standing Rock. Nel guardarsi indietro non ci si vede propriamente in relazione a qualcosa, ma nella propria dislocazione, dove qui il proprio è sempre fuorviato e traslato verso un continuo debordare il proprio corpo e così la propria immagine, solitamente strettamente legata ad esso, finché, in ultima istanza, non vi è più alcuna sovrapposizione tra immagine e corpo, non c'è più alcuna immagine collegata di sé, ovvero questo continuo rimandarsi alla propria presenza, ma c'è invece un non-posizionarsi, che porta a sgretolare la propria immagine in luce di una maggiore aderenza alla traccia che è il corpo, il corpo della terra. È probabile allora che, come in questo cortometraggio, possiamo almeno intuire che la difficoltà a raccontarsi sia data anche da questi passaggi che rendono difficile poter parlare di una propria storia, di guardarsi indietro con gli occhi di chi non poteva guardarsi, sentire sé e corpo con una ferrea identità personale, e rimanere contemporaneamente lì, tra quelle valli. Come è solito che sia, allora, l'occhio che guarda al passato deve essere l'occhio di chi non può che riferire in base al proprio presente, come tutte le narrazioni di sé. In questo riferimento, l'immagine se ne turberebbe o, meglio, sarebbe l'immagine che riporta, deformandolo, un passato e un essere con il territorio che non può che creare una distanza tale per cui poter effettivamente narrare, altrimenti non ci riuscirebbe. In questo senso dunque l'operazione di Sky Hopinka ci sembra un'operazione intelligente quando raccoglie sì delle testimonianze, ma mantenendo al contempo quell'aderenza necessaria alla narrazione per poter trasmettere qualcosa senza mostrare pleonasticamente ciò che dice, senza la necessità naturale, se vogliamo, propria di questo mondo, possiamo aggiungere per capirci meglio, di porre quel gradino in più necessario affinché la stessa distanza possa creare la possibilità e dunque lo spazio per portare di fronte agli occhi qualcosa che infine si forma come oggetto della narrazione. Dislocation blues pare in quest'ottica un film che mira a una sorta di aderenza che traccia, ma allo stesso tempo mantiene, delle possibili pieghe che non esauriscono il territorio, il che porterebbe a una sua livellazione e alla fine della r\esistenza di Standing Rock. C'è quindi una forte immagine, ci sono delle persone che possono rappresentare quel particolare territorio, lo Standing Rock, c'è chi è uscito, e c'è, anche se non si vede, qualcuno che lo riporta riprendendolo. C'è anche, però, un certo accogliere le particolarità del luogo, non ovviamente in senso paesaggistico, ma quelle particolarità che lo portano a essere il luogo di quella terra. In un certo senso allora, come in Jáaji Approx (USA, 2015, 8'), il cortometraggio che vediamo ospita un'immagine che non può che portare con sé il suo slegarsi da una sorta di mappatura del territorio, di riportarlo quindi in un altro foglio o un'altra piattaforma, come può essere intesa quella cinematografica, per trasmettere un certo sentire che è e manca dall'immagine. La storia di sé allora, così come la mappatura, fa trasparire la possibilità di un'apertura verso una differenziazione che, pur concretizzandosi e rapportandosi al mondo, continua a sussistere proprio nel luogo che infine emerge nello schermo. Dislocation blues, dunque, ci sembra che non si limiti a riportare strettamente una storia, il suo territorio e il territorio medesimo, ma nell'immagine riposiziona tutto questo per scomporlo, ma nel fare ciò non ci mostra tanto la possibilità di una differenziazione che si attua, che si genera infine in una ricomposizione, bensì la possibilità concreta che ciò sia possibile, e nel farlo tralascia e sfoca la presenza dell'immagine della narrazione. È in questo che avviene la reale dislocazione, ovvero come concretizzazione che è animata dal profondo della terra, intesa come ciò che non lascia trasparire la propria immagine, ma vive nei corpi che abitano il luogo.


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