Train to solitude waves



Train to solitude waves (USA, 3', 2017) fa parte del Journal of Drifting Hours di Chris H Lynn, una serie di pellicole - parte della quale il regista ha avuto modo di presentare in quel di UNZA nell'originale super8 per Kaleidoshock #2: il Cinema di Chris H Lynn - che ritrae, con taglio lirico, paesaggi o scorci di paesaggio, ombre e riflessi di luce, facendosi esse stesse, rispetto a ciò, filmici «momenti alla deriva», nella definizione che lo stesso Lynn ebbe a dar loro. Si può dire, non senza una certa precauzione, che ricorre spesso la modalità del viaggio nel cinema di Lynn, più come una sorta di struttura però, che di contenuto: infatti, il tema del viaggio sfugge in qualche modo al regista in questione quando questo solitamente è usato come metafora di trasformazione o, comunque, quando rientra in una certa narrativa che si avvale metaforicamente del viaggio per indicare una qualche mutazione, ovvero uno spostamento non solo di luogo, ma, meglio, un decentramento del soggetto, che quindi passa da un tempo zero in un certo punto o coordinata geografica, essendo lui stesso punto, spostandosi verso un'altra coordinata che ricolloca il soggetto-punto in una nuova predisposizione spaziale in un tempo uno e quindi anche un rinnovabile decentramento del soggetto per un suo ri-centramento. In alternativa a questa narrazione, il cinema di Lynn utilizza sì il viaggio all'interno del film, ma solo per rendere il viaggio la modalità, per così dire, esistenziale propria del film, che porta per questo con sé una certa sperimentazione, la quale, allora, elude le dinamiche soggetto-oggetto (va da sé quindi che non si contrappone nemmeno alla tradizionale narrazione con una nuova che parla di costante decentramento), e con ciò agisce su un piano di immanenza che fa mancare l'immagine della realtà sua propria, ovvero l'immagine come risultato di una ripresa sulla realtà e quindi perdendo, se mai ne avesse avuto uno, il proprio ruolo rappresentativo (meglio, il ruolo rappresentativo c'è sempre, e quindi in questo senso è qui perduto, ma c'è come antecedente a qualsiasi immagine, ovvero come ruolo pre-impostato che agisce al posto del regista e dello spettatore: posso anche guardare il film di Lynn pensando al viaggio come significante e vederlo come rappresentazione di un viaggio ferroviario verso le onde del mare, ma questa rappresentazione è ciò che agisce sullo spettatore poco accorto già determinato da un mondo cinematrografico - e dalla realtà stessa - che gli dà la visione, ma questo non è il film in questione se si indagano le immagini, ovvero se vengono poste in questione). La struttura del viaggio quindi non tanto preordina le immagini, significandole, bensì essa è l'influenza stessa che permette così, nella struttura, partendo cioè da una base, di scandagliarne i limiti, di sperimentare la struttura del viaggio stesso, di renderlo cioè non il mezzo o il significante, bensì il senso del continuare a fare cinema, di riprendere, di montare o tagliare, di stabilire dove inizia e dove finisce, perché Train to solitude waves non è la solitudine dell'esistenza a cui dare un significato, ma è il senso della solitudine che passa per il cortometraggio stesso, un senso che, in questa struttura, non fa ora a diventare un significato: la mancanza di significato non significa la perdita di senso e quindi qualsiasi spinta pulsionale appianata, né lo stadio primordiale del significato, bensì la totale a-direzionalità della forza pulsionale, che può liberarsi lì dove il tempo e lo spazio mancano, ovvero lì dove l'immagine manca nella sua significazione aderente alla realtà, dove non vi è il vi è stesso, e quindi manca la direzione, la significazione. Non si tratta di riportare in forma sublimata, nella superficie, qualcosa che, freudianamente, emerge solo come la punta di un iceberg, ma di rendere il piano di immanenza il solo piano di questa esistenza che ogni giorno si manca. Questa mancanza esistenziale non è vero che non la sentiamo perché alienati, estraniati ognuno dal proprio sé, ma anzi la sentiamo ogni giorno nell'alienazione stessa come suo tratto negativo, e positivamente nel cinema: non si scappa dall'alienazione perché tale è la nostra esistenza, e allora non si tratta, almeno col cinema di Lynn, di sublimare l'energia pulsionale a scapito dell'esistenza alienata, facendo della sublimazione il mezzo che permette una qualche accettazione energetica (e da qui il viaggio utilizzato come metafora di altri film rappresentativi-narrativi), ma di rendere il cinema la possibilità di vivere positivamente, ovvero r\esistendo, l'alienazione stessa. Probabilmente è per questo che i film di Lynn riescono così fortemente a toccarci, senza parlarci, ma suonando delle note silenziose nella nostra anima agitata, liberandosi tra quelle onde, ognuno solo nella propria alienazione.


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