A walk in december



Che Chris H Lynn abbia cambiato pelle, lo si evince sin dal primo minuto di questo suo ultimo lavoro, A walk in december (USA/Francia, 2017, 4'), che dovrebbe far parte di una serie di dodici cortometraggi inerenti il passeggiare, uno per ogni mese dell'anno. Non che una certa dose meditativa non fosse propria delle precedenti opere del regista statunitense, ma qui più che altrove la meditazione, imperante, sembra farsi altrimenti, veicolando una prospettiva originale, se non addirittura originaria. Il cortometraggio si compone di sei inquadrature, intervallate dal nero, e coll'ultima inquadratura che è quasi una ripetizione della penultima. La naturalezza del gesto di Lynn, che quasi fortuitamente registra, la si evince nell'uso della macchina a mano o, al massimo, coll'ausilio non di un cavalletto ma di un monopiede; tale naturalezza, che non è puro gesto tecnico o stilistico, rimanda a un'etica del fare cinema che acquista la sua importanza nel momento in cui, comunque, si ricollega l'immagine alla realtà, la registrazione alla passeggiata. La passeggiata, in questo senso, ha una priorità ontologica che è necessario sottolineare sin da subito: la naturalezza del gesto di Lynn è tale nella misura in cui il cinema eviene come a parte, eppure necessariamente, rispetto alla passeggiata; non è che Lynn vada a passeggiare per registrare delle immagini ma è l'afasia aurorale del passeggiare a determinare la necessità di riprendere - riprendere che, in ogni caso, deve riservare il dovuto rispetto alla passeggiata, quindi non interromperla, ma farsi con essa, attraverso di essa. Così, A walk in december è prima di tutto un cortometraggio-passeggiata, e l'immagine che esso veicola è, in primo luogo, una proiezione e un prolungamento della passeggiata, quasi che quella passeggiata continuasse e non potesse che continuare nell'immagine cinematografica. Questo è il primo punto. Che subito ci porta alla seconda, e più inquietante, problematica sollevata da Lynn. Tale problematica inerisce essenzialmente l'ordine del passeggiare. Ci si deve dunque domandare: è possibile, oggi, passeggiare? In effetti, si direbbe che no, ciò oggi non sia più possibile. Passeggiare è perdersi, mentre invece gli spazi striati dell'odierno non permettono più tale condizione. Gli spazi, anche i boschi, vengono ordinati, e il movimento che permettono sulla loro superficie è dell'ordine di ciò che de Certeau definisce «traiettoria». La traiettoria non permette una passeggiata ma un cammino, un inizio e una fine. Ciò che dunque viene a perdersi è proprio la possibilità stessa di uno smarrirsi in un luogo, il vagabondare. Lo spazio viene striato al fine di rendere produttiva, utilitaristico il movimento che in esso può comporsi. Eppure Lynn passeggia, e A walk in december restituisce la condizione di uno smarrirsi, un perdersi; manca, infatti, un punto-fisso, un'inquadratura cardinale, e l'impressione è quella di una giustapposizione di inquadrature senza alcun nessuno causale tra esse: più gli spazi neri, che le intervallano e che permettono un disancoraggio dell'una dall'altra. Tale condizione è propria del cortometraggio di Lynn, e ciò non in secondo luogo rispetto alla passeggiata intrapresa da Lynn stesso. A rigore, anzi, bisognerebbe dire che sia proprio intervallando il gesto cinematografico a quello naturale che Lynn passeggi. La passeggiata, infatti, risulta tale nel momento in cui viene smarrita, persa, la passeggiata medesima. La passeggiata si perde nel gesto cinematografico, il quale, facendosi altro rispetto alla passeggiata, ne enuclea un momento - momento d'interruzione della passeggiata. Come se la passeggiata passasse dalla camminata di Lynn alla macchina da presa. E arriviamo, così, al terzo, decisivo punto di A walk in december. Che gli spazi, striati e ordinati al fine di non garantire altro che traiettorie, non permettano più il passeggiare implica, necessariamente, che quegli spazi siano obliati in quanto tali, e cioè in quanto spazi. Non si cammina mai in un bosco, ma sempre in un sentiero; non si percorre mai uno spazio, un suolo, una superficie, ma sempre e comunque quelle linee che lo ordinano, tracciandolo e segmentandolo. La superficie diventa così il più profondo, e la passeggiata il rischio ultimo, quello a un passo dalla morte; contemporaneamente, la superficie diventa anche il non-luogo o, meglio, il suolo diventa qualcosa che viene tolto da sotto i piedi, di cui non è più possibile fare esperienza: espropriato in quanto fatto oggetto di un'appropriazione originaria, persa nei tempi. La passeggiata è dunque il rischio di ritrovare quella superficie nel suo proprio esser liscio, non striato né segmentato. La passeggiata è un modo di abitare in maniera nomadica uno spazio - spazio che, urbano o boschivo, ha in sé, sotto la striatura, sempre i tratti del deserto. Già, ma com'è possibile, data la capitalistica appropriazione espropriante della superficie, una passeggiata? che ne è della passeggiata, nel momento in cui non è più possibile perdersi? Appunto, perdendo la passeggiata stessa. Facendo in modo che essa si prolunghi, perdendosi, nell'immagine cinematografica. Attraverso il cinema, infatti, la passeggiata si perde ma allo stesso tempo si ritrova, si interrompe ma allo stesso tempo si prolunga. Cinematograficamente, la passeggiata è tale: nonostante le striature. Sicché, a rigore, il cinema ha una priorità ontologica sul passeggiare, ma questo, a sua volta, non può che restituire un'immagine che è, forse, l'ultimo modo per ritrovare ciò che ci è stato espropriato, per tornare ad abitare (nomadicamente) il suolo, riscoprendone il deserto soggiacente.


Nessun commento:

Posta un commento